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Residence Bravetta: facciamo Il punto della situazione

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Dopo anni difficili adesso la situazione è immobile. Si attende da tempo una riqualificazione della zona che tarda ad arrivare.


 

Complessa la situazione del Residence Bravetta, da anni motivo di denuncia da parte dei cittadini del quadrante Pisana-Bravetta che lamentano una situazione di forte degrado.
Il Residence venne costruito tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 dal gruppo Mezzaroma. Negli anni sono stati vari i passaggi di proprietà che hanno interessato il Residence, inizialmente ceduto all’Enpam, attualmente tornato in mano a Mezzaroma, ci dice Roberto Sgammini, Segretario del circolo Pd Pisana-Bravetta. Negli anni ’80 entrò in gioco il Comune che affittò le 550 unità alloggiative delle cinque palazzine del Residence per trovare sistemazione a tutti i nuclei familiari in emergenza. Nelle intenzioni iniziali questi avrebbero dovuto trascorrere nei locali del Residence 6 mesi, dopodiché il Comune avrebbe dovuto fornire loro un alloggio definitivo. La decisione proveniva sia dall’esigenza di dotare di una sistemazione tutte le persone in questione ma anche in virtù della natura del Residence: la destinazione d’uso di quest’ultimo, infatti, lo rende una struttura a carattere non residenziale, ovvero di residence o albergo, e non abitativo dunque. Le cose andarono diversamente. Gli ospiti prolungarono la loro permanenza negli edifici per molti anni. Fu con la Giunta Rutelli, come ci spiega Fabio Bellini, Presidente del Municipio XVI, che venne emesso un bando ad hoc affinché gli abitanti del Residence potessero trovare una sistemazione definitiva nelle case popolari. Cominciò quindi il trasferimento e molte delle unità abitative vennero liberate; di conseguenza il Comune cominciò a pagare l’affitto solo per gli appartamenti effettivamente occupati e in seguito gli alloggi vuoti vennero affittati dalla proprietà ad altri inquilini. “Al momento della costituzione della Giunta municipale da me presieduta nel 2001 con il mio primo mandato da Presidente – dichiara Bellini – il numero di famiglie che alloggiavano nello stabile era sceso a circa 220; le altre unità immobiliari sfitte vennero affittate privatamente”. Cominciarono quindi ad affluire nel Residence molti soggetti; vennero a crearsi vere e proprie comunità, quella senegalese, quella sudamericana, una dell’est europeo e nel tempo si insediò nei locali anche una comunità nomade. Tutto ciò portò a fenomeni di crescente degrado sorti anche a causa delle forti rivalità tra i nuclei presenti nello stabile. Successivamente poi, come ci conferma Roberto Sgammini, alcune delle abitazioni del Residence vennero anche occupate portando ad un crescendo degli episodi di criminalità sia all’interno che nelle zone limitrofe agli edifici.
“La gestione del Residence è stata oggetto di una questione sociale molto complessa. Il Municipio – continua Bellini – si è fatto protagonista di incontri molto frequenti con il gestore e da qui è nata l’idea di una delibera, un accordo di programma (un patto tra un soggetto pubblico e uno privato) che stabiliva la necessità di un cambio di destinazione d’uso delle unità da non residenziale a residenziale e che individuasse un indirizzo di interesse pubblico nella nuova destinazione degli edifici”.
Questo avveniva nel 2007 con la delibera comunale n. 47. La proprietà, in cambio, avrebbe dovuto corrispondere la cifra di 3,5 milioni di euro come onere concessorio per l’operazione; il piano di riassetto prevedeva l’inserimento (nei piani piloty della palazzina A) di servizi socialmente utili come un asilo, una scuola materna e un centro anziani. “Di intesa con la proprietà e il gestore del Residence – si legge nella delibera – il Comune intende promuovere un’opera di bonifica, riqualificazione e valorizzazione dello stabile”. Per ottemperare a tale impegno e sotto richiesta della proprietà diventata ormai incapace di gestire la situazione di degrado e criminalità venutasi a creare all’interno delle strutture, fu lo stesso Comune di Roma, insieme alla polizia, a iniziare le difficili operazioni di sgombero degli edifici, anche in virtù del sempre più evidente malessere manifestato dai cittadini del quadrante, stanchi delle degenerazioni di delinquenza per tutto il quartiere. Completati gli sgomberi, le palazzine vennero private dei muri: ad oggi rimane solo lo scheletro delle strutture, atto questo volto a scongiurare eventuali rioccupazioni dell’area.
Attualmente la situazione è immobile. Da circa cinque anni i resti delle cinque palazzine dominano incontrastati su via di Bravetta e sulla Valle dei Casali senza che attualmente sembra si stia dando il via ad una soluzione.
Perché? Varie sono le motivazioni che ci sono state fornite dai soggetti a cui abbiamo rivolto la domanda. Di fatto la struttura continua ad essere una proprietà privata – e quindi qualsiasi decisione finale in merito spetta al gruppo Mezzaroma – ma ciò che è certo è che in virtù dell’accordo di programma del 2007 anche il Comune di Roma debba assumere un ruolo nel lungo e travagliato iter che avrà il compito di riqualificare la zona.
Di chi è la responsabilità di avviare un dialogo con la proprietà? Del Comune, risponde Bellini, che denuncia l’assenza di quest’ultimo e della Giunta Alemanno nella gestione della trascinata faccenda. Il Presidente del Municipio XVI, infatti, denuncia una totale assenza di contatto tra il Comune e la proprietà: “Non esiste dialogo tra amministrazione e privato, l’iter sta andando avanti a rilento. Il Comune ha manifestato disinteresse rispetto alla soluzione definitiva della vicenda. Io, come Presidente del Municipio, ho parlato più volte con la società per spingere una risoluzione in tempi rapidi, ma sarebbe importante che questo stesso atteggiamento di confronto arrivasse anche da parte del Sindaco”.
Abbiamo interpellato anche l’Assessorato all’Urbanistica di Roma Capitale che ha fatto sapere di essere ancora in attesa di ricevere la richiesta di cambio di destinazione d’uso da parte della proprietà del Residence: fino a quel momento la situazione rimarrà bloccata e lo sarà finché la proprietà non rivendicherà i diritti a lei concessi con la delibera 47/2007 e non provvederà a pagare gli oneri previsti.
Sulla questione è intervenuto Marco Giudici, Consigliere Pdl del Municipio XVI, che chiede “il coinvolgimento delle commissioni consiliari competenti. Il discorso non viene affrontato in sede di Consiglio da molto tempo al di fuori di alcuni indirizzi risalenti a molto tempo fa per alzare l’attenzione su questo tema: non si deve attendere che tutto si realizzi da solo, semplicemente chiedendo l’intervento del Comune. Siamo noi l’ente di prossimità che deve rappresentare i cittadini e parlare con la società, essendo i primi a sentire l’esigenza di una riqualificazione. Chiedo che la battaglia venga portata avanti nelle sedi istituzionali. È necessario che il centro-sinistra del Municipio XVI faccia la sua parte”.
Quale sia il motivo per cui la proprietà non abbia ancora presentato la richiesta del cambio di destinazione d’uso non è cosa nota, ma alcune ipotesi sono state avanzate da Bellini: “In questa vicenda si inseriscono anche le possibilità derivanti dal nuovo Piano Casa di cui potrebbe usufruire il costruttore come un aumento della cubatura”. Anche Cristian Compagnoni, promotore del Comitato online Pisana-Bravetta, anch’esso richiedente una risoluzione rapida della faccenda, esprime opinioni personali in merito, sostenendo che la crisi economia attuale potrebbe giocare un ruolo rilevante nel ritardo della proprietà ad intervenire.
Conclude Roberto Sgammini dicendo che “come circolo abbiamo promosso manifestazioni per velocizzare la questione e, in seguito, ho personalmente parlato con Mezzaroma che mi ha tranquillizzato dicendo che entro l’anno i lavori verranno avviati. Le scelte decisionali e politiche sono state fatte tutte, il percorso adesso è unicamente amministrativo. La Giunta Alemanno, in questi 5 anni, non ha fatto grandi cose, non ha esercitato la pressione necessaria sugli uffici competenti. È necessario che la politica scenda in campo”.

Anna Paola Tortora