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I maro’ italiani devono tornare a casa

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Pomarici: “Per le norme del diritto internazionale i due marò devono essere giudicati in Italia”.


 

Se quei fucili hanno sparato è legittimo che la giustizia faccia il suo corso, ma i nostri marò devono tornare a casa. Con grande angoscia ho appreso le ultime notizie riportate dai quotidiani sulle prove balistiche che confermerebbero l’ipotesi del coinvolgimento dei fucilieri nell’uccisione dei due pescatori al largo delle coste del Kerala. Nel nostro piccolo, anche noi in questo mese e mezzo abbiamo cercato di sostenere due giovani militari italiani che il Governo indiano vuole trasformare in carnefici a tutti i costi. Abbiamo esposto simbolicamente a palazzo Senatorio le immagini di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, e votato all’unanimità, in Assemblea Capitolina, una mozione in cui abbiamo voluto esprimere tutta la partecipazione della città di Roma riguardo a una vicenda dalle molte ombre, ma anche chiedere al Governo un intervento deciso e risoluto.

La diplomazia italiana, nonostante gli sforzi, sembra non aver ancora trovato una via d’uscita e, dopo più di un mese e mezzo, siamo ancora costretti ad assistere impotenti all’evolversi degli avvenimenti. Siamo obbligati a fare i conti non solo con una magistratura burattinaia di non si sa bene quali interessi, ma anche con un Governo, quello indiano, che sembra non volersi prendere l’onere di assicurare ai nostri connazionali un giusto processo. Sebbene i rapporti tra i due paesi restino formalmente distesi e collaborativi non si capisce il perché la petroliera Enrica Lexie sia ancora attraccata nel porto di Kochi nonostante i giudici abbiano ammesso il ricorso dell’armatore rendendo di fatto, così, prigionieri altri nove italiani, tra cui quattro marò, e diciannove marinai indiani. Se a sparare sono stati i nostri militari, come sostiene la polizia di Kerala, è chiaro che non può essergli attribuita alcuna intenzione di uccidere. Il capitano della Lexie, su cui i nostri marò erano imbarcati come guardia armata in base a un accordo tra governo e Confitarma, aveva avviato, all’avvistamento del peschereccio, tutte le procedure d’emergenza e di segnalazione come previsto dalle norme d’ingaggio internazionali nei casi di pericolo abbordaggio. Nonostante gli avvertimenti il peschereccio non avrebbe dato segni di voler mutare rotta e solo allora, dopo tre colpi di sirena, i militari avrebbero impugnato le armi. Il resto è storia nota.

Dati i risvolti delle indagini il coinvolgimento dei nostri militari sembrerebbe indubbio e il processo penale oramai inevitabile. Sui tempi d’attesa c’è però il rischio che l’ennesimo rinvio da parte del tribunale di Kerala faccia slittare la comparizione davanti ai giudici per almeno un mese e mezzo. Dal 13 aprile sono infatti chiusi per le vacanze estive gli uffici pubblici, compresi i tribunali, immobilizzando così del tutto la macchina diplomatica, con la prospettiva concreta non solo che i due fucilieri debbano restare nel carcere di Trivandrum ancora a lungo, ma con il pericolo che la situazione possa aggravarsi sempre di più “grazie” anche al mancato coinvolgimento dell’Unione Europea in una vicenda che sembra non essere solo meramente giudiziaria. Sulla questione sembra infatti aggirarsi anche lo spettro di una possibile ritorsione politica contro il capo del Partito del Congresso, l’italiana Sonia Gandhi, moglie dell’ex premier Rajiv ucciso dai terroristi e alla guida della confederazione indiana. Dopo l’arresto dei fucilieri, l’accusa di contatti con la mafia italiana che perseguita Sonia dal novanta ha ricominciato a farsi più insistente, gettando un’ombra sul suo operato e frenando di fatto qualsiasi sua possibilità d’intervento. Tramite la Farnesina il Governo non ha mancato di far sapere che il nostro Paese considera “inaccettabile” il trattamento a cui sono sottoposti i due marò, chiedendo che ogni sforzo venga messo in atto “per reperire prontamente strutture e condizioni di permanenza idonee per i due militari”. Per le norme del diritto internazionale i due marò devono essere giudicati in Italia, essendo l’incidente avvenuto in acque non indiane. Ogni “ragionevole speranza” di soluzioni amichevoli non può più quindi essere accettata e il nostro auspicio è che l’intervento italiano possa al più presto sbloccare una situazione che sembra peggiorare di giorno in giorno.

Difendere questi uomini significa anche difendere l’onore di quei tanti militari impegnati ogni giorno in missioni rischiose in ogni parte del mondo. Orgogliosamente Massimiliano e Salvatore fanno parte di un Corpo che in questi anni ha operato in contesti difficili, dal Libano al Golfo Persico, dalla Somalia alla Bosnia, al Kosovo e all’Eritrea durante la guerra con l’Etiopia, mettendosi al servizio di un ideale con coraggio, valore e onestà. E anche noi, soprattutto in momenti come questi, non dobbiamo e non possiamo dimenticare che questi valori della nostra tradizione sono incarnati con fierezza nelle loro divise. Roma, è vicina ai soldati italiani e, come tutti i romani, ci auguriamo di rivederli quanto prima a casa.