Home Notizie Cronaca Roma

Il giorno della memoria per non dimenticare

SHARE

Celebrata la giornata in ricordo delle vite tragicamente spezzate dal terrorismo con l’inaugurazione di una mostra a loro dedicata.


 

Il 9 maggio si è celebrato il giorno della memoria per ricordare le vittime del terrorismo. Ad essere citate, in questa ricorrenza, non sono solo le morti eccellenti, ma le vite, tragicamente spezzate, di tutti quegli uomini e quelle donne che i drammatici avvenimenti della storia italiana, dagli anni di piombo in poi, hanno trasformato in squarci profondi nella coscienza del nostro Paese. Roma è una delle città che di quegli anni conserva ancora ferite aperte. In questa data, nella quale ricorre l’anniversario dell’assassinio, avvenuto nel ’78, dell’allora presidente del Consiglio e leader democristiano Aldo Moro, non possiamo non ricordare il sacrificio dei cinque uomini della scorta trucidati dal commando delle Br nell’agguato di via Fani. Eroi del quotidiano, come i politici, i militanti, le forze dell’ordine, i magistrati, i giornalisti e i semplici cittadini che hanno pagato con il prezzo più alto la freddezza omicida dei nemici dello Stato. Lo scorso anno, con il sindaco Gianni Alemanno, abbiamo voluto avviare un percorso di condivisione con i familiari colpiti dalla violenza estremista e sovversiva, inaugurando proprio in occasione della giornata a loro dedicata, la mostra “Anni di piombo: la voce delle vittime”, realizzata in collaborazione con l’Aiviter, l’associazione italiana vittime del terrorismo. Un modo semplice per scalzare dalla ribalta i carnefici e ridare voce a familiari, mariti, mogli, madri, padri, figli e fratelli il cui dolore non trova alcuna giustificazione in una logica distorta della conquista del potere. Dal 1969 al 1988 l’intero Paese è stato teatro di quattordicimila attentati, che hanno lasciato sulle strade 500 morti, 50 solo a Roma, e 2000 feriti. Un focolaio di violenza ideologica che appena dieci anni fa si scagliava ancora una volta contro inermi collaboratori dello Stato, i giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi, impegnati in prima linea nel progetto di riforma del mercato del lavoro e uccisi rispettivamente nel 1999 e nel 2002 da un commando delle Nuove Brigate Rosse. Sono episodi vergognosi di fanatismo, esempio di una degenerazione della politica che non possiamo che condannare fermamente, nel rispetto di coloro che non ci sono più e nel rispetto di tutti quei cittadini che ogni giorno, onestamente, contribuiscono a rafforzare quei principi di libertà, legalità e democrazia che a tutti noi devono essere cari.