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Spremute e marmellate d’arance per solidarizzare con i braccianti di Rosarno.

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Domenica 9 gennaio si è svolta in vari quartieri di Roma un’iniziativa per ricordare i fatti di Rosarno.

Per pochi giorni, prima di finire in un cono d’ombra, alcuni media si interessarono della vicenda di migliaia di braccianti africani, violentemente aggrediti per aver protestato contro le condizioni schiavistiche cui il sistema del caporalato selvaggio li aveva soggiogati. Una volta arrivati nella Capitale, iniziò per loro un’epopea  fatta di scambi culturali e denunce sociali. Per raccontare i pestaggi di quella giornata, ed ancor più per ricordare che ancora oggi, ad un anno di distanza e nonostante le promesse, nulla di quel sistema schiavistico è cambiato.
I romani, attraverso un’iniziativa cittadina che li ha portati in giro per la città a raccoglie arance, fare spremute e marmellate, pranzare con loro nei locali dell’Ex Snia Viscosa sulla Prenestina, la scorsa domenica hanno voluto offrire un contributo. Culminato in un dibattito pomeridiano cui hanno aderito varie realtà, dalla rete dei GAS del Lazio, all’Assemblea dei Lavoratori Africani, da Equosud all’Osservatorio Antirazzista di Pigneto Tor Pignattara, senza dimenticare la partecipazione d’ una delegazione di lavoratori Africani di Castel Volturno.
Ma la giornata del 9 gennaio, la ricorderemo anche per il sole. Per i colori ed i profumi degli aranci. Cercarli in città non significa emulare Marcovaldo. Al contrario è un’esplorazione che assume una profonda valenza semantica. E’ viscerale.  Si lavora in ricordo di una pagina scura. Non ancora cancellata, ma per il momento accantonata e ridipinta. Appuntamento alle 9. Tanti quartieri in mobilitazione. Molte le associazioni coinvolte. Dal Pigneto alla Nomentana, passando per Villa Aldovrandini, Villa Celimontana, Via Catania e tante altre zone coperte da una colorata schiera di cittadini festanti. Piazza Copernico è un proliferare di mamme e papà, due, tre generazioni insieme per dare il buongiorno ad un quartiere che ci si chiede come mai, con tanti alberi di arancio e limone, si chiami Pigneto. Le porte si spalancano. Sono gli abitanti che ti accolgono con un sorriso, spesso un caffè ed una crostata. Ci sono i romani di mille generazioni. Le suore del Sacro Cuore di Gesù che ti aprono il cancello, ti tengono la scala, ti indicano i frutti più succosi. Ci sono ragazzi disabili con le cesoie in mano. Le stringono strette, con orgoglio; alcuni conservano ancora il cartellino, li intravedi  muoversi tra i rami bassi, su cui questi ragazzi non si spaventano di salire. Ci sono giovani e meno giovani dei centri sociali, delle associazioni culturali e di promozione sociale. Ma soprattutto tanti cittadini. Mamme con la carrozzine e le loro piccole bambine ancora sonnacchiose.   Papà che si lasciano immortalare, arrampicati su alberi o con le cassette stracolme tra le mani. In pose che hanno imparato a vedere da piccoli, nelle fotografie dei nonni. C’è tanta roba in giro, domenica mattina. E si fatica a descriverla. Mentre si fanno le spremute nelle strade e si spiega ai passanti cosa è accaduto in Calabria, un anno fa. Le persone restano incredule, alcune un po’ scioccate. Si dimentica in fretta, spesso non si vuol sapere. Ci sono i lavoratori di Rosarno che festeggiano con i bicchieri di plastica in mano. Questa volta felici di aver contribuito a raccogliere i frutti dagli aranci.
La giornata è dedicata a loro. Come anche le spremute, i sorrisi, le marmellate fatte nel pomeriggio, i colori degli agrumi ed il sole di una domenica che non è africana, ma che è quanto di più simile e solidale, centinaia di romani abbiano potuto offire. Per ricordare, come hanno detto gli organizzatori di quest’iniziativa cittadina, che le arance non cadono dal cielo. 

Fabio Grilli