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Choosy a chi? I giovani italiani non ci stanno

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I giovani italiani, dopo essere stati in passato etichettati come “bamboccioni”, oggi evolvono e diventano “choosy”. Un nomignolo apparentemente più cool, ma il significato purtroppo rimane pressoché invariato.
La ministra Fornero, infatti, ha voluto con questo termine evidenziare il fatto che i giovani italiani siano “schizzinosi” nei confronti di lavori, e soprattutto del primo lavoro, che non sono propriamente quelli a cui si aspira ma che potrebbero formarli in esperienza. “Non bisogna mai essere troppo ‘choosy’, meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale”: così la ministra ha esposto la sua posizione qualche giorno fa, durante il suo intervento per Assolombarda.

In un periodo di crisi come questo, dove il mercato del lavoro è in forte recessione e aumentano i disoccupati, non è assurda l’ipotesi che ci si debba ‘arrangiare’. Quello che è meno plausibile, e che probabilmente ha scatenato le ire funeste dei giovani italiani, è che il ministro gli abbia comunque affibbiato una nuova, sconfortante, etichetta – come succede da troppo tempo ormai – e abbia, con il suo discorso, sconfortato ancor di più chi ogni giorno è alle prese con piccoli e gravi dilemmi, che siano di sopravvivenza o di abnegazione delle proprie aspirazioni.

La protesta è nata viva, furiosa e prepotente sul web, rimbalzando da Twitter a Facebook, da Instagram ai quotidiani online. Le storie che ne vengono fuori ritraggono un drammatico spaccato di una società alla deriva, dove le testimonianze delle centinaia di ragazzi colpiti duramente dalle parole della ministra, e dal senso di abbandono – pratico e morale – da parte delle Istituzioni, divengono il migliore – benché struggente – strumento per un rappresentate dei cittadini per prendere veramente atto di come è la realtà di tutti i giorni.

Claudia ha gettato su carta la sua versione dei fatti: “Cara Fornero, sono laureata in relazioni internazionali , ho studiato anche all’estero, parlo 3 lingue, ho già fatto 4 stage/tirocini/collaborazioni… non sono choosy perché non c’è lavoro!”. Federica ritrae la sua situazione così: “Caro ministro, il mio primo ‘lavoro’ non credo sia stato troppo choosy. Infatti era uno stage da 200 euro al mese, orario full-time, al secondo anno di università. Poi non ho potuto pagarmi il terzo ed ultimo, così ho dovuto rinunciare alla laurea ed ora faccio la commessa in nero. Quando ero più piccola sognavo di diventare ambasciatrice. Choosy a chi?”. Preoccupante anche la testimonianza di altri due ragazzi: “Non sono troppo choosy, sono laureato in archeologia ed adesso consegno pizze” e “Sono laureato in lingue, lavoro in un call center e sto cercando una seconda occupazione, dato che i miei sono disoccupati da quasi un anno ormai. Choosy ce sarai te!”. E si mette il dito nella piaga anche nel continuo perpetrarsi di stage non retribuiti, sfruttamento della classe lavoratrice più giovane, disincentivo alla formazione dopo il diploma o la laurea: “Sono laureato in storia e lavoro in Comune, ma a parametro 0. Grazie ai fantastici tirocini post lauream non retribuiti. Ce lo chiede l’Europa?”. E queste testimonianze evidenziano una buona parte dei giovani italiani che, più che fare gli schizzinosi, sono al massimo selettivi, o se non se lo possono permettere nemmeno quello: “Ho fatto la colf, la cameriera, l’operaia, la cassiera e 10 anni in un call center. Ho una laurea a pieni voti in Scienze della Comunicazione” o “Non sono troppo choosy, sono laureato in Lettere e lavoro in un call center”.

Insomma, la situazione si è fatta davvero tesa, soprattutto in vista della manifestazione di sabato, alle 14 in piazza della Repubblica, ribattezzata “no Monti day”, che attende 30.000 partecipanti al corteo che si protrarrà fino a San Giovanni.

Tutte esternazioni di disagio che dovrebbero essere prese in considerazione con rispetto e delicatezza, peculiarità che da anni, purtroppo, paiono sempre più rare.

Serena Savelli