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La relazione di coppia

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Dalla dipendenza tossica alle forme dello scambio

Ci confrontiamo, nel quotidiano lavoro terapeutico, con racconti della vita sentimentale di coppia, spesso caratterizzati da scarsa conoscenza reciproca, mancanza di progettualità, assenza di interessi comuni entro cui coinvolgersi, legami stringenti che si trasformano, talvolta, in forme di relazione quasi tossiche. La coppia diviene, a queste condizioni, uno spazio ove riversare le proprie personali frustrazioni, che insieme a quelle del partner sono in grado di generare malcontento ed esasperazione. Si ha bisogno, in questi casi, del proprio partner non tanto come qualcuno con cui scambiare, piuttosto come di un alleato persecutore (il paradosso è d’obbligo) di cui non si può fare a meno, ma che viene considerato, contemporaneamente, responsabile delle proprie sofferenze. L’altro -o naturalmente l’altra- diviene a tutti gli effetti un compagno di sventura

La forma che tende assumere la relazione ricorda la tossicodipendenza.
Lui è importantissimo per me. Ne ho bisogno in modo assoluto, ma la dipendenza che mi fa sentire è talmente forte che avverto anche la necessità di liberarmene, perché sento anche quanto questo rapporto mi faccia male…
Questo potrebbe essere l’esempio di un pensiero sulla propria coppia fatto da una paziente in terapia. Ecco allora che il timore della dipendenza si fa forte, si ricercano degli spazi propri dove rifugiarsi, evitando così di sentire quel legame come qualcosa che vincoli troppo, che non faccia sentire liberi!
Constatiamo quanto intorno all’espressione e all’esperienza della dipendenza circolino fantasie persecutorie; posizione relazionale di cui dover fare possibilmente a meno, in quanto ricondotta ad una condizione che fa sentire fragili, vulnerabili, alla mercé dell’altro.
La parola stessa dipendenza tende, anche a livello di senso comune, ad assumere immediatamente una valenza problematica, negativa, laddove, invece, nella sua accezione originaria, segnala quell’esperienza di interconnessione profonda che caratterizza la relazione stessa. Per dirla in altri termini, non ci si può sentire dentro una relazione senza avvertire di dipendere dall’altro!
Ma come viene vissuta e sentita questa esperienza di dipendenza all’interno della coppia? A che tipo di fantasie ed emozioni si associa l’idea stessa del legame? Quanto ci si sente interconnessi o, viceversa, soli nel vivere il rapporto di dipendenza? Quanto ci si sente confusi, dentro un’intimità che minaccia i confini?
È a partire da interrogativi di questo tipo che tentiamo, all’interno dello spazio terapeutico, di avviare una riflessione che permetta ai nostri interlocutori di pensare la propria coppia ed il proprio modo di stare (o non stare…) all’interno di una relazione.
Riteniamo che, aldilà delle diverse problematiche e specificità che ciascuna situazione clinica presenta, l’elemento comune a tutte le relazioni di dipendenza tossica, sia rappresentato dal fatto che questi legami assomiglino molto alla relazione che il bambino piccolo instaura nei confronti dell’adulto; una relazione dove il bambino non sembra avere molta voce in capitolo; una relazione dove si subisce l’altro piuttosto che promuovere lo scambio, non trattandosi, naturalmente, di un rapporto tra pari.
Nella relazione genitoriale, l’adulto e il bambino non sono sullo stesso piano, in quanto quest’ultimo non è ancora competente a costruire il bene proprio ed il bene reciproco.
Per dirla in termini più semplici, il bambino non ha ancora sviluppato gli strumenti affettivi e relazionali per prendersi cura di sé, a partire da un riconoscimento dei propri bisogni e desideri. Alla luce di questo stato delle cose, non può certamente neanche prendersi cura dell’altro e della relazione! Le relazioni con gli adulti di riferimento si configurano come i luoghi dove potenzialmente il bambino ha la possibilità di maturare queste competenze.
Il grado di sviluppo di tali strumenti affettivi dipende dalla storia di ciascuno, e dalla storia proprie relazioni significative. È con questi strumenti, che possiamo immaginare nei termini di un bagaglio affettivo, che l’adulto costruisce e si posiziona entro le sue relazioni.
Riteniamo che la fatica e la ricchezza -due facce della stessa medaglia- connaturate alla relazione di dipendenza siano espressione di un lavoro che insieme svolge la coppia ove l’obiettivo sia quello di generare, progettare, costruire e proteggere il bene reciproco prodotto dalla coppia stessa. Al contrario, ci si ritrova ad esprimere il disagio di chi non è in grado di produrre, intanto, il bene proprio.
Aiutare quindi, in psicoterapia, chi esprime questa difficoltà, significa offrire l’opportunità di implicarsi in una relazione di dipendenza dove si possano promuovere lo sviluppo e la presa in carico dei propri interessi ed obiettivi; premessa indispensabile affinché la relazione possa tenere nel tempo, in funzione di una maggiore capacità contrattuale che possa sì legarci all’altro ma senza stritolarci.

Le vostre domande a:
psicologia.garbatella@hotmail.it

Massimiliano Stinca, psicologo, psicoterapeuta, specialista in psicoterapia dei gruppi
Silvia Lombardi, psicologa, psicoterapeuta, specialista in psicologia della salute

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(Nella foto: E. Hopper, Room in New York, 1932)