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Nella mente dell’assassino

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mente assassino

La rubrica PsicologicaMente anche questa settimana affronta un tema d’attualità

Gentile dottoressa,

mi chiamo Ada e le scrivo perché, come molti, in questi giorni sono rimasta turbata per l’episodio di cronaca avvenuto in questi giorni a Roma. Da quando ho letto del fatto, ho una forte paura che qualcosa possa succedere a me o ai miei cari, e che individui pericolosi si possano incontrare ovunque. Leggendo gli articoli che riguardano la vicenda, questo mio senso di insicurezza viene amplificato: non riesco a comprendere cosa possa spingere a compiere questo genere di crimine.
Mi aiuti a capire. Grazie

Ada

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Buongiorno Ada,

sempre più spesso ormai, anche attraverso il lavoro svolto dai media e dai social network, ci troviamo a leggere di crimini efferati dei quali scandagliamo quasi ossessivamente e voyeuristicamente i dettagli. Ciò accade perché l’uomo, per sua natura, è portato a dare un significato a tutto quello che ha intorno anche per esigenze evoluzionistiche: prevenire cioè gli eventi che possano portare alla propria morte. Proprio l’assenza del movente di un reato, ci fa confrontare con le emozioni e i pensieri che lei ha sottolineato.

Dai suoi esordi, la criminologia, scienza multidisciplinare che studia i fenomeni criminali, ha elaborato numerose teorie per spiegare l’omicidio, considerato il più grave e estremo atto di violenza nella relazione tra esseri umani. Le prime teorie erano legate alla ricerca di tratti che potessero confermare l’esistenza di una personalità criminale. Tra i principali fautori di questa teoria ci fu Cesare Lombroso, che nel suo testo “L’uomo delinquente” introdusse la teoria per la quale vi è una relazione di causa-effetto tra le caratteristiche anatomiche e fisiologiche dell’uomo e il comportamento criminale. Fronte bassa, orecchie grandi, naso aquilino e piedi palmati erano dunque predittivi di un qualche reato. Oggi le teorie lombrosiane non sono più considerate scientifiche, poiché è comprovato che l’aspetto fisico di un individuo non influisce sul comportamento più o meno criminoso.

In questo periodo storico, dove l’omicidio può essere attuato anche per macabro divertimento come nel terribile caso di Roma, è inevitabile ricercarne le cause.
Tra i fattori supplementari strettamente connessi all’aumentare dei crimini violenti c’è l’incremento dell’utilizzo di droghe. Quelle eccitanti, come la cocaina, gli allucinogeni e le nuove sostanze sintetiche mischiate all’alcol, hanno come effetto il crollo quasi totale dei freni inibitori.

Oggi non bisogna ritenersi del tutto soddisfatti dei risultati conoscitivi raggiunti sulla mente degli assassini: è estremamente complesso tracciarne un profilo netto e allo stesso tempo generico per includere più casi possibili. Tuttavia, si può comunque delineare un insieme di tratti che sottendono la personalità di quei soggetti che mettono in atto comportamenti violenti e delittuosi, come l’egocentrismo e l’auto-attribuzione di diritto, cioè il soggetto è così centrato su se stesso che in lui avviene una sorta di legittimazione soggettiva; come la labilità, quindi l’assassino vuole soddisfare i propri bisogni senza preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni, e per questo elimina dentro di sé la paura della punizione; come l’aggressività e l’indifferenza affettiva, perché l’assassino è infatti poco sensibile dal punto di vista morale ed è scarsamente empatico.

Spero di averle dato degli elementi interessanti di approfondimento della tematica.

Dott.ssa Valentina Desideri
Psicologa Psicoterapeuta

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