Home psicologicaMENTE

Quando l’amore uccide

SHARE
SCARPE-ROSSE

La rubrica PsicologicaMente ci parla di femminicidio e di violenza sulle donne

Buongiorno dottoressa,

mi chiamo Ilaria, e le scrivo perché negli ultimi tempi mi rendo conto che gli episodi di violenza sulle donne si verificano sempre più frequentemente. Siamo in un momento storico in cui la donna va verso l’emancipazione e la libertà e sembra assurdo e al tempo stesso agghiacciante assistere ancora al femminicidio.
Essendo la mamma di due ragazze di 18 e 24 anni mi sento ulteriormente preoccupata e vorrei capire perché si verificano questi fenomeni e cosa accade nella mente di un uomo che diventa violento a tal punto da uccidere la propria compagna o ex.

*****

Cara Ilaria,

la ringrazio per avermi consentito di parlare di un argomento così importante. I casi di femminicidio che si sono verificati dall’inizio dell’anno, sono più di cento, uno ogni tre giorni, e questo è un dato veramente allarmante.
Si tratta di un fenomeno che ha profonde radici e cause culturali. In effetti in questa fase di mutamento dell’identità femminile, molti uomini si sentono minacciati nella propria virilità e nel proprio diritto al dominio sessista.
C’è uno scollamento tra la rappresentazione della donna in larga parte patriarcale e antiquata e il ruolo attivo e importante che un numero sempre maggiore di donne ricopre nella vita reale, questo aiuta a creare ideologicamente terreno fertile per la violenza. La violenza di un uomo nasce da una sensazione di impotenza, di fragilità, deriva da sentimenti di umiliazione inaccettabili. Molto spesso questi uomini sono cresciuti in ambienti violenti, infatti gli studi sul trasferimento transgenerazionale della violenza ci dicono che se un bambino assiste a scene di violenza da parte di un genitore verso l’altro genitore o verso un fratello o se essi stessi subiscono violenza, è più facile che poi utilizzino la violenza quando si trovano in condizioni di stress. E la dipendenza femminile da questo tipo di uomini ha anch’essa spesso origine in famiglie nelle quali la violenza e la prepotenza maschile è accettata o tollerata. Le donne che hanno avuto padri violenti, rischiano di divenire vittime di uomini violenti. Generalmente questi uomini presentano dei disturbi di personalità, infatti vi è una percentuale più alta di disturbi antisociali e borderline in coloro che manifestano dei comportamenti violenti verso le donne.
L’omicidio può avvenire da un’esplosione di rabbia incontrollata, il cosiddetto raptus, o in seguito ad una costruzione paranoidea strategicamente pianificata a lungo termine della persecuzione dell’altro e della vendetta, vista come una punizione, quando la partner viene considerata colpevole di aver trasgredito ad un ruolo sociale docile e remissivo.
La sua uccisione reca l’impronta di una cultura ancora convinta che l’uomo possa possedere la propria amata costringendola anche con la forza ad accettare questo legame che è assurdo definire amore.
La donna spesso subisce dall’uomo un vero e proprio processo di manipolazione, che avviene attraverso la seduzione e il condizionamento. Inizialmente il rapporto è gratificante, la donna è felice delle attenzioni che riceve, si sente amata e si fida. Generalmente l’uomo mette in atto una sopraffazione psicologica subdola, ed è estremamente geloso e possessivo nei suoi confronti. Pian piano comincia a fare in modo che lui rappresenti un universo di riferimento unico, gli amici e i parenti vengono progressivamente allontanati dalla vita della donna, definiti come intrusi e scomodi. Spesso all’isolamento sociale ed affettivo segue il comportamento violento, con aggressioni fisiche, minacce, atteggiamento coercitivo e controllo ossessivo, e l’amore si mescola alla paura, al dolore, all’impotenza, al senso di colpa. Le strategie di vittimizzazione hanno l’obiettivo di indurre la donna a far si che le sue attenzioni siano totalmente centrate sul suo compagno, su cosa pensa, cosa vuole, finisce con l’essere espropriata del proprio sé, della propria capacità di giudizio rispetto agli eventi nei quali è coinvolta. Questo spiega la passività di queste donne, che spesso suscitano in chi tenta di aiutarle reazioni di rabbia e frustrazione, perché non reagiscono, non agiscono, fanno fatica ad assumere una posizione attiva e protettiva nei confronti di loro stesse e dei loro figli.
Purtroppo in poche righe, cara Ilaria, non è possibile trattare in maniera dettagliata un fenomeno così complesso, spero comunque di averle chiarito alcuni aspetti.
In ultimo vorrei sottolineare la necessità di intervenire non solo con provvedimenti legislativi ma anche nell’ottica della prevenzione, poichè per lottare contro la violenza alle donne occorre un cambiamento culturale che debba partire dall’educazione e quindi dalle donne stesse che rivalutino il proprio ruolo e la propria immagine di genere agli occhi dei propri figli, maschi e femmine. Un’educazione che punti ad un’idea paritaria e rispettosa del prossimo e non improntata su aspettative stereotipate rispetto al maschile e al femminile. La famiglia è il primo mondo che i bambini conoscono e quindi il modo in cui i genitori gestiscono la loro relazione e la famiglia stessa sono un modello che difficilmente verrà dimenticato. Chiaramente anche la scuola gioca un ruolo fondamentale nell’educazione al genere.
Un caro saluto.

D.ssa Laura Cenni
Psicologa, Psicoterapeuta

Leggi tutti gli articoli della Rubrica PsicologicaMente