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Il pomodoro italiano e’ in crisi. Anzi, rischia l’estinzione.

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L’estate è il periodo delle diete alimentari. Quella mediterranea, con la sua varietà di profumi,  sapori e  colori, per il suo armonico apporto di grassi monoinsaturi, di fibre e di antiossidanti, è da tempo valutata come particolarmente adatta alla prevenzione di malattie cardiovascolari ma anche per la protezione del cervello, prevenendo il ritardo cognitivo.

Dal prossimo anno, tuttavia, nutrizionisti e consumatori dovranno rivedere le proprie considerazioni.
Non tanto in ragione della quantità, sempre garantita, ma da un punto di vista meramente qualitativo di uno dei suoi prodotti principali: il pomodoro.
“Non è che il pomodoro italiano sia in crisi. Questo si sapeva già: è che potrebbe scomparire del tutto. E già dal prossimo anno” ha recentemente ammonito Guglielmo Garagnani, Presidente di Confagricoltura dell’Emilia Romagna. Sembra una dichiarazione provocatoria, iperbolica, di quelle che si riportano sulle pagine dei giornali nell’apatia del periodo agostano.
E tuttavia potrebbe trattarsi di una considerazione, amara, ma realistica. Cerchiamo di capire cosa stia succedendo.
Innanzi tutto, va  chiarito, esistono due principali famiglie di pomodori: quelle che si utilizzano per i condimenti, tanto nella varietà diffusa e maggiormente economica dei verdoni quanto in  quella più celebrata dei pachino. E poi esistono i pomodori da conserva, molto coltivati al Centro ed al Nord, e di cui si fa largo uso nella preparazione dei sughi.
Secondo una stima della Coldiretti, ogni famiglia italiana ne acquista 31 chili, consumandone un totale di 550 milioni di chilogrammi l’anno. Quindi parliamo di un prodotto, trasformato, che assurge il carattere dell’ onnipresenza nelle nostre cucine. E che dà lavoro a circa 8 mila produttori, nella fase di coltivazione, e 173  industrie con 20 mila addetti nella successiva fase di lavorazione ed inscatolamento.
Dal prossimo anno, se verranno confermati gli attuali trend di mercato, questo quadro potrebbe cambiare significativamente, e per vari fattori.
Tanto per cominciare, già nel 2009, sono entrati oltre 100 milioni di tonnellate di pomodoro da sugo cinese. Facendo registrare una crescita superiore al 250% rispetto alla decade precedente.
Poi c’è un discorso di redditività e di prezzi. Quello del pomodoro è soggetto alle quotazioni di un mercato internazionale, che quest’anno ha imposto un valore per tonnellata di 72 euro, il 10% in meno del 2009. E tuttavia si tratta di un prezzo massimo, per ettaro, soggetto ad oscillazioni al ribasso, in ragione di determinati standard. E  l’ eccessiva pioggia in primavera un clima estivo troppo ondivago, hanno inciso negativamente sulla qualità del pomodoro, con ripercussioni sul prezzo che, di rado, ha raggiunto quel valore. Inoltre, per la stessa ragione

“Questa situazione – spiega l’assessore all’agricoltura della provincia di Grosseto, Enzo Rossi – sommata a una produzione molto bassa (inferiore a 50 tonnellate a ettaro), sta provocando una perdita secca per i produttori di oltre 2 mila euro ad ettaro” A questo punto, sapendo che il costo di produzione è di 5mila euro ogni 10mila mq, bisogna tenere in considerazione un altro fattore, determinante nella crisi in atto: gli aiuti della comunità europea.
Il 2010 è stato l’ultimo anno in cui l’Unione ha fornito un contributo per il pomodoro. A partire dal prossimo e fino al 2013, il sostegno economico verrà accoppiato non al prodotto, ma all’estensione coltivabile, e sarà pertanto distribuito “per ettaro”.

“Stando così le cose, per quale motivo uno dovrebbe continuare a coltivare pomodoro?” si domanda preoccupato il Presidente della Confagricoltura dell’Emilia Romagna, che aggiunge  “Meglio passare ad altro, anche solo a grano. Con il risultato che già dall’estate del 2011 il pomodoro italiano potrebbe scomparire”.
Soluzioni? Sono al vaglio di un tavolo aperto al Ministero dell’Agricoltura, di cui oggi non si conoscono i propositi. A livello regionale, la proposta dell’Assessore laziale all’Agricoltura, Angela Birindelli, è tutta incentrata sulla responsabilizzazione del consumatore.
“Per contrastare questo fenomeno –ha dichiarato l’Assessore– faremo quant’ è nelle nostre possibilità per favorire a livello nazionale una legge che consenta d’inserire in etichetta l’origine della materia agricola utilizzata nei prodotti trasformati. In ambito regionale, stiamo già approntando una legge sulla tracciabilità dei prodotti laziali per rendere trasparente l’intera filiera produttiva. Uno strumento chiaro che permetterà ai consumatori di acquistare in maniera sempre più sicura e consapevole.” La strada è quella giusta. A questo punto, la salvaguardia della dieta mediterranea è nelle nostre mani.

Fabio Grilli