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33 anni di Chernobyl

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Il 26 aprile del 1986 il reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl, a circa 100 km da Kiev, in Ucraina, esplose. Tra le cause ci furono un errore umano e un problema di progettazione. L’incidente di Chernobyl viene ricordato per essere il più grande disastro nucleare di sempre. La nube radioattiva che si sprigionò quella notte investì quasi tutta l’Europa: fu la vicina Bielorussia, però, a farne le spese maggiori. I morti attestati nell’incidente furono 56, ma se si contano tutti quelli che, presto o tardi, si ammalarono per gli effetti delle radiazioni, si arriva alla spaventosa cifra data da Greenpeace: 6 milioni di decessi.
Oggi la Zona di Esclusione, che si estende per un raggio di 30 km dal reattore, è presidiata e inaccessibile senza permessi. L’area, però, non è disabitata come si crede: vivono qui, su turnazione, militari e tecnici. Chernobyl oggi rappresenta un’opportunità per molti giovani e disoccupati, perché gli stipendi sono alti e la povertà è dilagante nel paese. Il pericolo, però, resta: le radiazioni ancora sono presenti, in alcune aree anche a livelli molto elevati, come nella cosiddetta “foresta rossa”, dove gli alberi investiti dalla nube di quella notte hanno preso una colorazione innaturale, o in alcune zone dove sono stati depositati mezzi e strumenti utilizzati durante le operazioni di bonifica.
Negi ultimi anni, inoltre, si sta assistendo a un ripopolamento del confine dell’area interdetta, dove le case costano poco e le persone vedono una possibilità per una vita dignitosa, nonostante esistano ancora seri pericoli nel coltivare la terra o nel bere il latte di animali allevati su quei campi.
L’unica parte della Zona realmente disabitata è Pripyat, cittadina a soli 3 km dal reattore esploso, che un tempo ospitava 50mila persone, tra i lavoratori della centrale nucleare e le loro famiglie, godendo di un benessere inusuale per gli standard del paese. Gli abitanti vennero evacuati solo 36 ore dopo l’incidente, a causa del silenzio del governo sovietico sull’accaduto. Portati via con i pullman verso Kiev e dintorni, gli venne fatta la promessa, mai mantenuta, di poter tornare dopo poche settimane. Pripyat rimase, e lo è ancora oggi, una città fantasma, al cui interno non è difficile imbattersi in palazzi ancora integri le cui case raccontano, attraverso gli effetti personali abbandonati, le storie di queste persone, ferme al 1986.
Nei villaggi sparsi nella Zona, gli abitanti erano contadini, poveri e non istruiti. Quando le persone vennero trasferite in città, si trovarono come pesci fuor d’acqua, emarginate perché considerate appestate (i bambini venivano chiamati “i porci di Chernobyl”), senza lavoro e senza identità. Non è difficile credere che molte di loro tornarono a vivere, dopo poco tempo, nella Zona, a coltivare la loro terra e ad allevare gli animali, nutrendosi di prodotti contaminati. Abitare nei 30 km dell’area di esclusione è illegale e queste persone (oggi perlopiù anziani) sono totalmente abbandonate dal governo. La disperazione che le ha portate a fare una scelta così estrema rappresenta un grande monito per tutti: bisogna difendere la salute pubblica e l’ambiente da un progresso “cattivo”, scellerato, che distrugge invece di creare, che impoverisce invece di arricchire. Se le persone si ammalano e il mondo soffre, a cosa serve andare avanti? Guardare indietro è indispensabile per imparare dagli errori e cercare di migliorarsi, con saggezza e responsabilità. Non dimenticare, questa dovrebbe essere la regola di ogni generazione, di ogni epoca.

Serena Savelli


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