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Abbiamo ancora un’identità?

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Negli ultimi tempi si è tornati a parlare di privacy, condivisione dei dati sul web e di consapevolezza delle informazioni che mettiamo a disposizione sui social network, per via del caso Cambridge Analytica e dello scandalo che ha coinvolto Facebook. Bisogna partire dal presupposto che i dati sono la linfa vitale del mondo digitale, grande fonte di ricchezza per le aziende che si occupano della loro raccolta per creare dei “profili utente” e indirizzare meglio campagne promozionali e pubblicitarie. Questo è il ritratto di società come Cambridge Analytica. Ogni giorno lasciamo indizi su ciò che facciamo, su cosa acquistiamo, sulle nostre preferenze e gusti. Queste informazioni, ovviamente, vanno moltiplicate per ogni persona che utilizzi anche, banalmente, un motore di ricerca. Riassumendo la storia in poche parole, un ricercatore nel 2014 ha raccolto (in modo legale) i dati di 50 milioni di profili Facebook attraverso un’app da lui creata e poi ha condiviso queste informazioni con la società Cambridge Analytica, violando i termini d’uso del noto social network. La vicenda avrebbe avuto implicazioni persino nell’elezione di Donald Trump o nell’esito del referendum della Brexit.

Questa vicenda ha scatenato una forte riflessione pubblica sull’importanza di proteggere i propri dati personali e, quindi, di conseguenza, la propria identità. Perché quest’ultima rischia costantemente di essere manipolata, anche se inconsapevolmente, attraverso gli stimoli che ci arrivano, tagliati per essere proprio ciò di cui abbiamo bisogno in quel preciso istante. Pensiamo alle pubblicità, ai suggerimenti, agli alert da cui siamo tempestati ogni giorno, che sono lo scotto da pagare (che talvolta, in realtà, riteniamo persino utile) per essere “in rete” oggigiorno, nell’epoca digitale.

Ormai siamo quasi tutti “tracciati” e se da una parte questo ci consente di evolverci, dall’altra dovremmo essere sempre consapevoli di quello che poi viene fatto con i nostri dati personali. E se esistono garanti e autorità che tentano di proteggere gli utenti, dall’altra sono gli utenti stessi a doversi proteggere da soli attraverso un uso consapevole degli strumenti a disposizione. Non bisogna combattere il progresso, ma tentare di conoscerlo per non essere solo delle pedine, ma parti integranti di un gioco che può essere una grande risorsa per il nostro futuro.

Serena Savelli