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Giulio Regeni: tre anni

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Sono passati tre anni da quel tragico 25 gennaio, il giorno in cui Giulio Regeni, ricercatore italiano in Egitto, scomparve nel nulla. Il Cairo lo fagocitò per poi rigettarlo senza vita in un fossato lungo la strada desertica che conduce ad Alessandria. Il 3 febbraio del 2016 la sua storia fece il giro del mondo, quando il suo corpo senza vita, tumefatto e irriconoscibile, venne ritrovato. Addosso i segni di una tortura durata 9 giorni, fino alla capitolazione fisica del ragazzo, dovuta da un’emorragia cerebrale e dalla frattura di una vertebra cervicale. I segni erano ovunque: lividi, contusioni dovute a calci, pugni e bastonate, fratture (costole, dita delle mani e dei piedi, braccia, gambe, scapole), persino i denti non furono risparmiati. Si riscontrarono, inoltre, coltellate su tutto il corpo, anche sulle piante dei piedi, e innumerevoli bruciature di sigarette. Sono dettagli cruenti questi, lo sappiamo, ma la verità non deve essere edulcorata. O, peggio, negata.
A tre anni dall’omicidio di Giulio Regeni le indagini sono andate avanti, ma ancora non è stata fatta chiarezza sull’accaduto. Quello che è noto è che il ricercatore italiano, nato a Fiumicello, in provincia di Udine, che nella sua vita aveva avuto una brillante carriera negli studi, prima in America e poi in Regno Unito, si trovava in Egitto per svolgere delle ricerche sui sindacati indipendenti, utili per il conseguimento del suo dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge. Lo scenario in città, dopo le manifestazioni di piazza Tahrir del 2011, di certo non era dei migliori, ma Regeni aveva già vissuto nel paese e sapeva come muoversi. È probabile che le sue ricerche, però, l’avessero fatto divenire un personaggio scomodo. Al punto che, con molta fatica, si scoprì in seguito che il suo contatto privilegiato, Mohammed Abdallah, capo del sindacato autonomo degli ambulanti, lo denunciò alla polizia egiziana.
Questa scoperta, purtroppo, è rimasta una delle poche certezze su ciò che successe in quei giorni. Le indagini, infatti, furono ostacolate da tutta una serie di tentativi di depistaggio da parte delle autorità egiziane, che ipotizzarono prima un delitto passionale, con tanto di presunta omosessualità di Regeni, poi un regolamento di conti per via della droga. E ancora, si diede la colpa a una banda criminale, nel cui covo venne ritrovata una borsa con gli effetti personali del ragazzo. I membri dell’organizzazione vennero uccisi dalla polizia, ma poco dopo si scoprì che il loro capo il 25 gennaio si trovava ben 100 chilometri lontano dal luogo della scomparsa del ricercatore italiano. Per non parlare dei filmati della metropolitana di quel 25 gennaio del 2016, che potrebbero dare una svolta alle indagini, mai recuperati.
C’è un grande oscurantismo sulla vicenda, che non deve essere scordata. Per la famiglia e gli amici di Giulio Regeni, come per tutti i cari di quelle persone sparite nel nulla, uccise, ferite, vittime di ingiustizie dentro e fuori i confini del nostro Paese. Dimenticare significherebbe confermare il fallimento di una macchina statale che non riesce a proteggere i suoi cittadini, la sua prima risorsa. E che rende volubile la nostra nazione, che invece ha l’obbligo di cercare la verità e di combattere per la giustizia, sempre e comunque. Perché la storia di Giulio, come tutte quelle storie drammatiche che riempiono le cronache dei giornali, possano non ripetersi, in nessun luogo e in nessun tempo. Mai più.

Serena Savelli


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