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E se ci fosse la cura?

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La cura

Il Costituzionalista Michele Ainis, firma del libro “La cura”, intervistato da Urlo, ci “svela” le trappole nascoste nel nostro sistema costituzionale e le strade per provare a cambiare l’Italia dei “Mali”.
Ad Ottobre è uscito per la casa editrice Chiarelettere “La Cura”, un libro del costituzionalista e saggista Michele Ainis, il quale ci “svela” i rimedi ai grandi mali di cui soffre la società italiana attualmente.
Lo fa attraverso dei propositi e attraverso lo studio quasi strutturale delle trappole insite nel nostro sistema costituzionale. Abbiamo quindi voluto fargli qualche domanda:   

 

Salve professor Ainis, cominciamo subito con l’argomento che è alla base di questa rubrica, cioè la libertà di informazione oggi: lei cosa ne pensa?

Beh è un tema molto caldo. Secondo me il problema non è tanto il pluralismo, di voci infatti ce ne sono tante: c’è la carta stampata e c’è la radio, in televisione invece le cose funzionano peggio. Questo porta una fonte di rumore, un po’ come succede per i libri: noi in Italia stampiamo centinaia di migliaia di libri l’anno, siamo quindi invasi da una folla di parole in cui è difficile raccapezzarsi. Alcune parole però viaggiano su megafoni più potenti, e questo è il caso della televisione dove si pone il problema della libertà di informazione.
Più in generale noi parliamo di “libertà di manifestazione del pensiero” che è una categoria ormai ottocentesca, perché il problema oggi non è tanto il poter manifestare il proprio pensiero quanto l’avere un proprio pensiero da diffondere, avere quindi una autonoma formazione del pensiero, perché in molte delle nostre categorie concettuali, senza saperlo, noi rivediamo concetti altrui che ci vengono propinati senza sviluppare un’idea propria.

E del grande tema che ha scosso la politica nelle ultime settimane, ossia il Lodo Alfano?

C’è un capitolo di questo libro che riguarda il problema dei “controllati che hanno il potere di nominare i propri controllori” e quindi riguarda in generale il conflitto di interessi. Ora, quello di Berlusconi è il conflitto d’interessi più maiuscolo, ma ce ne sono molti altri: in Italia si è diffuso lo Spoil System cioè la situazione in cui il “controllato”, che per esempio è un sindaco, nomina il suo “controllore” che è un segretario comunale, oppure un difensore civico che dovrebbe controllare l’amministrazione di una provincia o di una regione, viene nominato da un consiglio provinciale o regionale. E allora per quanto riguarda i Giudici Amministrativi, che dovrebbero controllare la legalità nell’amministrazione pubblica, il governo nomina un quarto dei consiglieri di stato e 39 giudici della Corte dei Conti. Il Parlamento per esempio ha delle prerogative: se io adesso la insulto lei mi può querelare, se lo fa un parlamentare nessuno lo può querelare a meno che non ci sia un’autorizzazione da parte della camera di appartenenza, questa autorizzazione alla camera dei deputati è negata 92 volte su 100, al senato 95 volte su 100.
C’è bisogno quindi di far saltare questo meccanismo che è molto più generale del “caso Berlusconi” e che riguarda l’intero sistema italiano, per il quale i controlli sono tutti finti.

Nel suo libro lei parla di cooptazione, come di un meccanismo che si è sostituito all’elezione come la si intende da sempre… può spiegarci questo punto?

Su questo penso che innanzitutto ci sia bisogno dei partiti perché per farsi eleggere ci si deve poter  candidare e siccome sono i partiti che candidano, lo fanno con i più fedeli e non con le teste calde: è tutto già deciso prima, attraverso la selezione delle candidature che avviene attraverso il meccanismo della cooptazione, così come attraverso la cooptazione si può entrare in un consiglio d’amministrazione di una società per azioni piuttosto che all’università a fare il professore. Da costituzionalista, che poi sarebbe il mio mestiere, quello che mi sembra di capire è che sono 30 anni che ci siamo impiccati sulla riforma della costituzione per correggere i rami alti del sistema di governo. Di esempi di bilancio partecipativo o di referendum propositivo se ne trovano sicuramente di più a livello locale che a livello nazionale. Noi abbiamo solo il referendum abrogativo, c’è scritto nella costituzione. Questo è molto più importante, perché permette ai cittadini anche al di fuori dei partiti di preferire delle decisioni senza il filtro degli oligarchi della politica.

Nel suo libro lei parla anche di importanza della cultura. Perché?

C’è un capitolo del mio libro che riguarda l’istruzione dei politici. Dati alla mano nel parlamento un terzo dei deputati e più di un quarto dei senatori non sono laureati: questo mi sembra un paradosso perché oggi se voglio fare l’infermiere devo avere una laurea in Scienze Infermieristiche mentre per fare il Ministro della Salute come l’attuale Livia Turco, basta la maturità classica.
Bisogna lavorare sul merito, sul riconoscimento, sull’impegno. La politica è abitata da professionisti della politica. Una delle mie proposte è quella di ottenere una politica senza professionisti della politica così, anche io e lei, potremmo farla in un momento della vita e poi torniamo ad altro, come si faceva nell’antica Grecia attraverso la rotazione delle cariche.

Molto bello è il paragone che lei fa all’inizio de “La Cura” quando ricorda ciò che disse Voltaire di Londra, e cioè che è servito un incendio per far ricostruire strade e piazze. Anche da noi quindi servirebbe un incendio per ricominciare da capo…

L’incendio dovrebbe essere, come diceva Voltaire, un incendio che bruci le regole attuali perché queste regole hanno creato una società in cui al comando ci sono sempre gli stessi, questi stessi invecchiano, i giovani, quelli meritevoli, non riescono a farsi avanti e se si fanno avanti devono essere per forza legati ad una massoneria piuttosto che ad un circolo o una famiglia che ti appoggia. Quindi dovremmo fare piazza pulita di queste regole: questo è l’incendio!

Bene Professor Ainis, la ringrazio del tempo che ci ha concesso. Arrivederci!

Grazie a voi! Arrivederci!

Marco Casciani    
Urloweb.com