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L’accoglienza ragionata

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migranti

È difficile parlare di “problema” quando si ha a che fare con delle persone

Tratto da Urlo n.128 ottobre 2015

È difficile parlare di “problema” quando si ha a che fare con delle persone, esseri umani, pensanti e viventi, che provengono da paesi non troppo lontani geograficamente ma molto distanti per ciò che riguarda qualità della vita, cultura, abitudini, situazione politica. Approdano dai barconi di qualche scafista scellerato, che precedentemente aveva chiesto cifre assurde per un viaggio che, in una percentuale troppo alta, finisce in tragedia. La situazione dei migranti è stata dipinta in tutte le salse, soprattutto nelle ultime settimane, complici foto terribili di cui tutti, purtroppo, abbiamo avuto visione, che vanno oltre i limiti della delicatezza e della deontologia giornalistica. Ma tant’è, alla politica della spettacolarizzazione e dell’appiattimento della notizia ormai ci siamo abituati, anche se l’abituarsi non può essere sempre un alibi per non migliorare e rimanere a gongolarsi nei propri errori senza fare niente.
In queste settimane ho ascoltato così tante scemenze da averne perso il conto, e non capisco proprio come possa essere possibile nascondere sotto quella diplomazia imposta dall’etichetta del “politically correct” i più beceri dei luoghi comuni e le idee razziste più sempliciotte.
La vera questione è che è complicato. È complicato per l’Unione Europea e per i governi, pensate se non può esserlo per l’opinione pubblica.
E così ecco che i pareri si spaccano. Da una parte c’è l’obbligo morale di dover accogliere chi fugge dalla guerra e dalla miseria, la solidarietà diventa la cosa più importante perché, come detto, si parla di persone e la parola “problema” è troppo dura e ingiusta per essere associata a ciò che sta succedendo ormai in modo continuo e consolidato. Dall’altra c’è chi valuta ciò che questi ingressi incontrollati possono provocare in un paese, ovvero mandarlo al collasso se la situazione non si sa gestire o non ci sono le forze per farlo. L’ingresso dei migranti deve avvenire secondo delle regole, bisogna limitare i fenomeni di illegalità, perché appunto le risorse di un paese (soprattutto se non c’è stata fino ad ora una vera spartizione di responsabilità fra tutta l’Unione Europea) non sono illimitate e, spesso, a far troppo si fa male. Si incentivano dei pericoli seri: la questione degli scafisti, le vittime dei barconi che affondano, l’aumento delle speranze di un popolo che va di pari passo alle possibilità di vedere la propria vita “salvata” da un altro paese.
Uno splendida analisi del sociologo Luca Ricolfi, sul Sole 24 Ore, termina con un’opinione che mi permetto di fare mia e che vi riporto: “Forse sarebbe ora che dal piano dei principi astratti si passasse alla valutazione delle conseguenze. Mettendo sul piatto della bilancia tutto: il dovere di aiutare coloro che rischiano la vita nel loro Paese, ma anche il diritto di chi li accoglie di non veder stravolta la propria”.

Serena Savelli

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