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La rosa di Testaccio

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Rosetta mi accoglie sorridente nel suo salotto. Fa grandi gesti con le mani ed il suo volto si contorce in strane smorfie cerimoniose.

Mi siedo su quella poltrona dalla struttura anni Settanta, sapientemente rifoderata per renderla meno demodé. Rosetta mi offre un tè e dei biscottini comprati in offerta al supermercato con la sua amica, mentre le raccontava ogni dettaglio di questa intervista. Ne agguanto uno: delizioso. Ora capisco l’enfasi che Proust riversava su quelle maledette madeleine. 

Rosetta ha 85 anni ed è una “testaccina” doc. Vorrei chiederle di raccontarmi della sua vita, ma 8 decadi sono lunghe da ascoltare e difficoltose da digerire. Cerco così di farle una domanda più precisa, ma l’unica che mi esce è: “Com’è cambiata questa città?”. Ecco, il danno è fatto. Rosetta distende le labbra in un ampio sorriso e mi racconta di quanto “la Roma bella, quella de’ Alberto Sordi e de’ Aldo Fabrizi, de’ Lando Fiorini e de’ Claudio Villa, quella signorì, da mo’ che non ce sta più. Erano artri tempi”.

Rosetta mi racconta di quando era piccola, della sua famiglia numerosa ed unita, dei suoi genitori maldestri ma sempre presenti che si arrangiavano come potevano per portare un po’ di pane a casa. “Mica è come oggi che scennemo ar supermercato e c’hai tutto pronto. E poi se magnava tutti insieme, mica uno de là e uno de qua”. Si sofferma sulla sua fanciullezza trascorsa tra guerra e macerie e si scandalizza della politica di oggi, dei siparietti televisivi, delle parlamentari scosciate che “so tutte mignotte! Ai tempi miei se una annava cor culo de fori mica se maritava eh! Rimaneva zitella e lo sapevano tutti”.

Rosetta è di una sincerità disarmante e nella limpidezza delle sue parole scorgo una forte nostalgia per quegli anni che non torneranno mai più. Tempi duri, indubbiamente, ma dove tutti avevano un ruolo e sapevano cosa fare. Rosetta si burla della politica di oggi, cullandosi nel ricordo del fascismo e del comunismo, della Dc, l’Msi, il Psi e i radicali, della nascita della repubblica, delle rivolte del ’68, della legalizzazione dell’aborto e del divorzio. “Io poi signorì non ce capisco niente eh, per carità, ma ai tempi miei i politici se magnavano facevano magnà pure er popolino e stavamo tutti bene”. Il ragionamento non fa una piega, in teoria. Mi guardo bene dal dirle cosa penso realmente e, salutandola, mi godo la bella sensazione che questa chiacchierata mi ha lasciato, forte di aver visto la vita, per una manciata di minuti, da un punto di vista diverso. Saggio, e disincantato, forse. Ma con quella buona dose di innocenza che probabilmente, io, non avrò mai.

Serena Savelli