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Lavoro: la riforma della discordia

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Negli ultimi tempi il governo Monti ha messo mano ad una delle più grandi problematiche del nostro paese: il lavoro.

Una regolamentazione attuale scellerata, o quantomeno applicata attraverso strategie ambigue e furbe, che deve essere cambiata. Avrete ascoltato la lezione accademica del ministro Fornero sulla riforma. Io l’ho fatto e, pur essendo una delle persone più disilluse sull’intero globo terracqueo e pur avendo abbandonato i libri delle favole ancor prima di dire “mamma”, mi sono sentita per la prima volta una cittadina considerata nella completezza delle sue esigenze. Tutto quello che ha scatenato il solo aver voluto tentare di cambiare – pur con stracerte limature, scremature e ravvedimenti volti a tenere a bada l’ira delle parti sociali – qualcosa di radicato, pur nella sua brutale negatività, nella vita pratica di ogni italiano, ricco o povero che sia, è incredibile. La riforma, basandosi sulle parole, non è affatto male. Per la prima volta sento parlare di incentivo al contratto a tempo indeterminato, di apprendistato spendibile e formativo, di freno al proliferare indegno dello stage gratuito, delle partite Iva selvagge. Certo, c’è pure l’articolo 18 di mezzo, ma non stiamo mica qui a raccontarci le barzellette. È ovvio e normale che se si mette da una parte si debba togliere dall’altra. È uno scontro senza fine e senza soluzione, quindi si deve cercare un compromesso che vada al di là delle belle promesse berlusconiane o dell’immobilismo del centro-sinistra. Ora, non ho di certo la sfera di cristallo per dire con certezza che tutto ciò sia positivo, ma quello che è certo è che questo paese va cambiato in toto, perché sta andando sempre più nello sprofondo, nonostante spesso e volentieri gli italiani porgano l’altra guancia. Gli italiani, popolo bizzarro. Quello che ho capito è che c’è una fattore fondamentale, che nessuna legge può risolvere: se si vuole cambiare l’Italia bisogna cambiare la mentalità di chi la abita. Perché abbiamo così tanta paura dei cambiamenti? E soprattutto, perché tutto questo fervore non è stato innalzato quando veramente ce n’era bisogno, contro persone che da decenni siedono nei piani alti che decidono sulle nostre vite e non sono mai riuscite a fare qualcosa di positivo per questo paese? Non so, ma tutto questo mi sembra paradossale. Non è questione di avere eccessiva fiducia, ma di essere consapevoli che bisogna dare anche delle possibilità all’aprirsi di nuove ere con la positività degna di un paese che vuole e che deve cambiare, finalmente.

Serena Savelli