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Le persone prima di tutto

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Uno dei temi più caldi di questo periodo a Roma è quello delle occupazioni. Il diritto all’abitare è imprescindibile, facente parte della dignità stessa dell’uomo e delle basi della sua qualità della vita.

Il dibattito sui modi, però, si spacca nettamente in due: da una parte c’è chi rivendica questa necessità a tutti i costi, passando sopra le regole e appropriandosi di spazi non regolarmente assegnati, spesso dismessi e abbandonati; dall’altra, invece, c’è chi batte i pugni con forza opponendosi a questo clima di illegalità e infrangimento consapevole della legge, in barba a chi è in attesa da anni per un alloggio popolare. 

Come in molti casi la verità è nel mezzo. Se da una parte le occupazioni possono essere considerate sbagliate perché simbolo di una mentalità anarchica, dall’altra la rigidità nei confronti di tutto ciò che è illegale, e quindi sbagliato, porta ad una visione miope di quelle che sono le problematiche da affrontare e a risposte e disamine solo riferite ai casi specifici. Per esempio, perché c’è differenza se gli occupanti sono italiani o immigrati? Perché c’è differenza se i luoghi che vengono occupati sono vecchi e malmessi o nuovi?
La legalità, ovviamente, dovrebbe essere un obiettivo da perseguire con forza. Il mondo non può diventare un grande far west dove tutti fanno quello che vogliono senza limiti. Il problema è sicuramente a monte e va affrontato in modo serio e rigoroso. Ma intanto si cominci a parlare, per esempio, in Italia (e a Roma), di politiche vere, integrate di riutilizzo e riconversione dei luoghi abbandonati e/o non utilizzati. In molte città europee questi “mali” divengono virtù e danno vita a centri di aggregazione giovanile, gallerie d’arte, luoghi di cultura, fino a ostelli, dormitori e alloggi. Qui, invece, ciò che è abbandonato rischia quasi sempre di cadere nel degrado o venire occupato.
Il punto è che bisognerebbe avere una più trasparente concezione di questo fenomeno, che segua un modus operandi riconosciuto e consolidato, che vada al di là del colore politico delle istituzioni, di assegnazioni poco chiare, di sotterfugi basati sulle conoscenze, sui favoritismi, sulle campagne elettorali. Una politica di riuso, appunto, che abbia un’elasticità di fondo mossa da una regola univoca.
Se si uscisse da una visione bianca o nera delle cose ci si potrebbe sorprendere di quante strade alternative potrebbero suggerire le innumerevoli sfumature di grigio. Il daltonismo delle istituzioni porta ad un immobilismo deleterio e, troppo spesso si dimentica uno dei punti fondamentali: si parla di persone. Trovare una soluzione non può essere un optional.

Serena Savelli