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Manifestazione Indignati 1/3 – In Italia non siamo pronti per indignarci

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Urlo parla della manifestazione: tre punti di vista diversi di tre giornalisti che hanno partecipato alla manifestazione di sabato scorso e una galleria d’immagini del corteo e degli scontri.

Benvenuti all’inferno. Perché questo è diventata una manifestazione che poteva essere un’esplosione di gioia, un momento lungo qualche ora in cui ognuno, con le sue rivendicazioni e i suoi problemi, scandendo slogan diversi e richiamando l’attenzione sulla vita quotidiana di una generazione e di tutti i lavoratori, poteva protestare pacificamente. Facendo chiasso, mascherandosi, sorridendo per esorcizzare tutto il male che la politica di questo paese ci sta riversando addosso da troppo tempo, riscoprendosi uniti e per questo più forti.

Ma non è possibile, non in questa Italia, soprattutto, non in questa Roma. Una Roma che ancora una volta mi ha deluso e spaventato, per la violenza che cova e l’inadeguatezza che dimostra. E’ vero, centri sociali e tifoserie sono venuti da tutta Italia ma i fascisti di Csa Pound e il Blocco Precario insieme a tutti i parti malati del neofascismo capitolino hanno fatto da traino agli invasati senza scrupoli né coscienza che ieri hanno rovinato tutto, le strade della città, i palazzi, lo spirito dei manifestanti pacifici e la manifestazione intera.

“Acab”, vedevo questa scritta segnata ovunque con le bombolette spray, sulle banche assaltate e devastate, sulle macchine sfasciate, sulla camionetta dei Carabinieri data alle fiamme, e non capivo cosa volesse dire. Poi l’ho scoperto, è l’acronimo di “All cops are bastards”, una formula usata dalle tifoserie calcistiche italiane, quelle frange oltranzistiche che non si accontentano di rovinare qualche domenica ma che hanno dovuto inquinare anche una giornata importante come quella di ieri. Persone senza meta né forza, se non quella della loro fisicità brutale, assassina, volti noti a qualsiasi poliziotto o carabiniere, riconoscibili nel loro modo di presentarsi, di parlare, di muoversi tra la folla. E, nonostante questo, nemmeno marginalizzati o seguiti da vicino. Troppo occupati a difendere il centro cittadino, i palazzi veri del potere politico italiano, i poliziotti hanno lasciato che a 50 metri dall’inizio del corteo i gruppi organizzati iniziassero già a dare fuoco alle auto e saccheggiare i negozi, dando poi luogo a quella guerriglia urbana terribile che ha invaso Piazza San Giovanni e viale Manzoni.Non voglio accusare chi ieri aveva l’ingrato compito di gestire quelle situazioni estreme, più di una volta mi sono messo nei panni di un finanziere, carabiniere o poliziotto costretto a rimanere serrato nelle fila sotto i lanci di sanpietrini, bombe carta e molotov, sapendo comunque di non avere nessuna gratificazione per questo, solo uno stipendio che nel migliore dei casi arriva a 1.200 euro, senza nemmeno più gli straordinari pagati e solo con il grazie sterile di qualche politico che ha ignorato tutto il resto.

Ma il dato di fondo è uno. Mancanza di organizzazione o meno da parte del Comitato organizzativo, che avrebbe potuto predisporre un servizio d’ordine adeguato, c’è stata una strategia di difesa e di attacco da pare delle forze di pubblica sicurezza fallimentare. Perché non si può demandare ai manifestanti pacifici il compito di contenere quelle furie, chi ci ha provato ha perso due dita, si è preso botte e sprangate e ha rischiato troppo, perché in fondo era lì solo per partecipare a una manifestazione. Chi deve vigilare su queste schegge impazzite è la polizia, e la polizia conosce fin troppo bene ogni singola piega dell’organizzazione dei black bloc e dei movimenti d’ispirazione fascista, ne conosce a fondo la fenomenologia. E perciò, dopo il fallimento della manifestazione di ieri a causa degli incappucciati vestiti di nero e con i loro caschi saldi sulla testa o attaccati alle cinture dei pantaloni, la delusione dei veri indignati è superiore solo alla rabbia. La delusione che nasce dalla consapevolezza di non potersi permettere nemmeno una protesta, di non poter indignarsi, di dover fare a meno della civiltà in una landa di provincia come quella che è diventata l’italia.

Ieri ho visto tanti ragazzi e ragazze, miei coetanei, ancora più giovani e un po’ più cresciuti, arrivare a Piazza della Repubblica sorridenti, armati solo di macchina fotografica qualche fischietto, un cartellone o una bandiera. Ho visto ricercatori con i loro camici da laboratorio sfilare accanto agli operai in cassa integrazione, ho visto sindacalisti sessantenni improvvisarsi in qualche ballo, ho visto padri e madri di famiglie gridare la loro preoccupazione per il futuro dei figli, più o meno grandi.

E poi ho visto le orde di incappucciati correre tra queste persone seminando la paura e la tensione, ho visto fascisti infiltrati dare addosso a cittadini che cercavano di mandare via i black bloc, minacciandoli e aggredendoli, ho visto barricate ovunque, da via Labicana a via Taranto, passando per via Appia, cassonetti per strada incendiati, vetrine distrutte, commercianti impauriti che si sbrigavano a chiudere le saracinesche, ho visto la tensione di quei corpi che si affannavano a prendere san pietrini da due chili per tirarli ai carabinieri pronti alla carica, ho visto camion della polizia che non avrei mai immaginato di vedere in un paese moderno e civile.Ho visto i manifestanti, quelli veri, scappare da quella guerra e la protesta scomparire sotto le urla e la violenza di quegli assatanati che godevano nell’incendiare macchine di sconosciuti, magari di lavoratori precari o nel lanciare molotov che avrebbero potuto uccidere qualcuno. E ho visto i dati, solo quelli negativi, perché alla fine della giornata nessuno sapeva nemmeno quanti fossero i partecipanti alla manifestazione ma tutti sapevano che i feriti erano novanta, tra cui un ragazzo che rischia di perdere un occhio e due carabinieri con una gamba rotta, e 12 arresti. Solo 12 arresti.

Da questo day after di sconforto e disillusione quelli che ne escono perdenti però sono tutti i cittadini che avevano creduto nel 15 ottobre,  che avevano visto gli spagnoli, gli americani, i giapponesi, gli svizzieri, gli australiani, riuscire ad esprimere la loro protesta arrivando fino ai palazzi del potere politico ed economico senza violenza e agitazioni ma rendendosi più visibili che mai, e avevano creduto di riuscirci anche nel nostro paese. Nonostante un governo come questo che, giorno dopo giorno, mortifica il senso profondo del fare politica senza dare risposte a chi chiede un briciolo di certezza, nonostante un’opposizione che non sa schierarsi e capire che le alleanze non contano, conta solo la credibilità e l’azione concreta, nonostante un’università abbandonata a se stessa, i giovani lavoratori umiliati con la teoria infinita di contratti atipici, i lavoratori più anziani senza la sicurezza di una pensione adeguata, i servizi azzerati e i privilegi inattaccabili di chi ha avuto la fortuna di nascere nella parte giusta di una società che sta perdendo ogni forma di solidarietà. Tutti i cittadini che avevano creduto e sperato di ritrovarsi insieme e riprendersi almeno un pezzo della propria importanza e della propria dignità di lavoratori, studenti, padri, madri, figli, pensionati, hanno perso, perché gli è stata tolta anche la possibilità di indignarsi, senza che avessero alcuna colpa.

Stefano Cangiano

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