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Periferia, centralità

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Roma è quel tipo di città che ti spiazza. Ti urla in faccia la potenza dell’uomo e la sua stessa inadeguatezza, lasciandoti smarrito e deluso.

La bella leggenda metropolitana che ci vuole al centro del mondo è oramai una convinzione superata. La centralità e la predominanza di cui ci siamo sempre fregiati ha abbandonato il campo ad un più vigoroso provincialismo, insito nei modi di fare, nella maleducazione e nella maldicenza, nel voler essere sempre più di quello che realmente si è, inneggiando ad una potenza di cui, oramai, rimane solo la cenere consunta su qualche splendido fasto del passato, assopito dall’indecenza e dall’incuria.

Nella sua stessa centralità, nel suo stesso nucleo fatto di egoismo ed egocentrismo, Roma risplende della luce riflessa negli atomi dei mille racconti che vengono dalla periferia. Quegli stessi luoghi che descriviamo con centinaia di parole, scritte e dette, senza sosta, ossessivamente. Ma lo facciamo veramente? Tra le mura antiche, gli archi di trionfo, i monumenti imponenti e gli obelischi svettanti serpeggia l’ombra famelica e annientatrice della solitudine.

Siamo perfettamente al centro di una conturbante globalità, cullati dall’impoverimento sociale e dalla nostalgia per la cara, vecchia e rassicurante agorà. È quello stesso senso di impotenza e abnegazione che vive il cittadino di Zygmunt Bauman, residente nella teorizzata città “liquida” dove non esistono partiti, istituzioni e simboli di identità e appartenenza così forti da funzionare ancora da collanti sociali. Dove il consumismo è l’esatto opposto di cultura, dove la mercificazione di ogni cosa incontra l’impotenza dell’uomo a creare e a provvedere da sé per i suoi desideri e i suoi bisogni, dettati da una società spuria e sudicia di interessi. I cittadini perdono così la capacità di scelta, il libero arbitrio. Viene meno la facoltà di comunicare, di condividere sensazioni, progetti e sogni. Viene meno la potenzialità di socializzazione e l’essenziale consapevolezza del loro ruolo, l’unica arma davvero efficace.

La periferia: quella grande costellazione di luoghi e storie che sono l’anima della rinascita. La libertà e l’ideologia individuale che, nella comunità genuina, funziona da scopo unificatore. Perché è quando si viene spodestati da una condizione di centralità che si inizia a capire. Quando si è oscurati dalla disattenzione e fustigati per non aver chiesto di fermarsi, di guardare oltre. Quando le grida sono troppo mute per essere ascoltate. Ecco che, sbattuto alla deriva, l’uomo si rialza e inventa. I riflettori di nuovo su di lui. Ora è al centro della scena, pronto a stupirci ancora.

Serena Savelli