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Roma violenta. Solo?

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Sono a San Giovanni. È un sabato pomeriggio nero, come la coltre di fumo che aleggia sopra le nostre teste.

Gli occhi e la gola bruciano, la polizia lancia di continuo questi aggeggi urticanti che non ci lasciano aria pulita per respirare. Ci copriamo alla meno peggio il volto, ci passano dei limoni da strofinarci addosso per placare il fastidio. Siamo lontani dalla ressa, ma abbastanza vicini per assaporarne le conseguenze. Abbiamo paura, ma decidiamo di rimanere: che senso avrebbe andarsene proprio ora? Il mio telefono squilla in continuazione: è mio padre che, allarmato dalla guerriglia, mi chiede se è tutto ok. È anche lui in piazza, con mia madre. Anche loro sono tra le trecentomila persone indignate, per difendere i diritti della loro generazione, ma soprattutto della mia. È un fiume di gente di età, città, estrazioni e categorie differenti. Sono tanti, uniti sotto un unico grido di disagio, rimasto pressoché inascoltato. Poi ci sono quelli come me, che abbracciano ogni causa, sentendo vicino il sopruso e l’ingiustizia che si insinuano sempre più nel nostro quotidiano. Quel sabato è stato, in parte, una panacea per l’anima e, finalmente, mi sono sentita meno sola. Ma sapevamo tutti che non sarebbe stata una manifestazione pacifica. In un mondo che di violenza si nutre, fatto di manganelli e di diritti violati, la stessa comunica un disagio che vola in alto, purtroppo più di mille parole. E la storia insegna.

È giusto condannarla? Indubbiamente. Ma vorrei sfatare dei miti. Erano membri dei centri sociali? Non solo. Erano anarchici? Non solo. Erano giovani? Non solo. Erano uomini? Non solo. Erano delinquenti? Non solo. Ciò che è accaduto è stato etichettato come un approssimativo atto teppistico. E questa certezza devia la capacità di giudizio delle persone, troppo sensibili a lasciarsi pilotare dall’informazione senza andare oltre, senza crearsi un’opinione autonoma. Classificare gli scontri di Roma esclusivamente in questo modo è un banale tentativo dei piani alti di spogliarsi delle loro evidenti responsabilità, salvandosi in sordina le opulente natiche. Tanta gente durante il sabato nero non ha tirato estintori e non ha incendiato camionette, ma intimamente pensava: “Solo così, forse, ci ascolteranno”. Questo è drammatico, questo fa paura. Come siamo arrivati a questo? Qualcuno se l’è chiesto? “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. Un pugno dritto alla bocca dello stomaco, che dovrebbe far quantomeno riflettere. Invece oggi siamo tutti dei nuovi Gandhi, indifesi e ipocriti. E ci sta, va bene. Ma possibile che nessuno chieda perché? Sarebbe stato bello se l’attenzione fosse stata posta sui trecentomila manifestanti pacifici ma si è voluto parlare di altro, della Roma violenta, dei giovani dei centri sociali. Mi indigno di nuovo, anche per questo. Dio mio, quanta superficialità.

Serena Savelli