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No-Triv: facciamo chiarezza sul Referendum

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Quando la vera partita si gioca sulle fonti energetiche rinnovabili

Tratto da Urlo n.134 aprile 2016

IL REFERENDUM – Il 17 aprile i cittadini italiani sono chiamati alle urne, ma sul Referendum No-Triv in molti hanno ancora le idee confuse. I cittadini saranno chiamati a esprimere la loro volontà in merito alla prosecuzione dell’estrazione e della ricerca di petrolio e gas entro 12 miglia (22,2 chilometri) dalle coste italiane allo scadere delle concessioni. La volontà del comitato referendario è quella di arrivare all’abrogazione di una norma del codice dell’ambiente (inserita con la Legge di Stabilità 2016) che eliminerebbe la necessità di rinnovo delle concessioni, legandole alla sola durata dei giacimenti. È da specificare che il Referendum si riferisce alle sole attività entro le 12 miglia dalla costa italiana, lasciando inalterata la legislazione per quanto avviene sulla terra ferma o più in là di 12 miglia.

I dati forniti dal Ministero il 31 dicembre 2015 restituiscono il numero effettivo di piattaforme in Italia, che sono 135. Di queste 92 si trovano entro le 12 miglia, e su queste inciderebbe il Referendum. Ma delle 92 piattaforme soltanto 48 sono attive. Il quesito referendario, inoltre, non andrà a incidere sulle nuove trivellazioni, già vietate dal 2006 entro le 12 miglia. Né tantomeno su quelle oltre le 12 miglia e sugli impianti della terraferma. Inoltre, in risposta a quanti hanno paventato una perdita di posti di lavoro, si deve chiarire che una vittoria del SI non porterebbe all’immediata chiusura dei “rubinetti”. Le operazioni di estrazione potranno essere svolte fino al termine naturale delle concessioni, ma non rinnovate.

Tra gli elementi più interessanti di questo Referendum c’è l’effettiva quantità di petrolio e gas di cui stiamo parlando. A quanto si apprende dai dati forniti dalle Associazioni ambientaliste, le quantità di gas e petrolio entro le 12 miglia non coprono di certo il fabbisogno energetico nazionale. I dati di Legambiente parlano di riserve di 7 settimane per il petrolio e 6 mesi per il gas. Da porre sul piatto ci sono anche i guadagni per lo Stato. Naturalmente per l’estrazione ci si rivolge a delle società, “concedendo” i permessi estrattivi e di ricerca. Queste decideranno come vendere gli idrocarburi estratti, assicurando però allo Stato delle royalities. Per quanto viene estratto in mare la legge italiana prevede un corrispettivo del 7%, esentando però le prime 50mila tonnellate di petrolio in mare e i primi 80milioni di mc di gas. Nel 2014 questa imposizione fiscale ha portato a un gettito di soli 401,9 milioni di euro. La differenza si percepisce se si considerano le imposizioni fiscali nelle altre nazioni europee, come Danimarca (77%) o Inghilterra (82%). È per questo che il mercato italiano è considerato dalle imprese un terreno fertile, anche nella semplice acquisizione di diritti estrattivi o di ricerca da non utilizzare mai, ma da impiegare per aumentare il capitale dell’impresa.

Tra i temi maggiormente utilizzati per sensibilizzare la cittadinanza al voto, contrariamente alla campagna per l’astensionismo promossa dal partito di maggioranza, oltre alla salvaguardia dell’ambiente e ai rischi di inquinamento, si è data importanza all’inversione di tendenza verso un maggior utilizzo delle fonti rinnovabili. È questo il vero tema del Referendum. Non si impiegano tutte queste energie per bloccare, o per estrarne una percentuale piccolissima, il fabbisogno energetico nazionale. La vera partita è di lungo periodo e parla di riconversione energetica e fonti rinnovabili. In Italia oggi ci sono oltre 850mila impianti, con un indotto che tocca circa 60mila persone. Dati che aumenterebbero se le politiche energetiche puntassero alla riduzione della dipendenza dal petrolio e dal gas. Inutile elencare le ricadute sull’ambiente, vero core business italiano assieme al turismo, così come non serve sottolineare la posizione che assumerebbe l’Italia qualora non fosse più condizionata dalle politiche energetiche internazionali. È di questo che parla il Referendum, pone una linea guida da seguire per i prossimi venti o trent’anni, ed è importante che a deciderla siano i cittadini italiani.

Leonardo Mancini

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