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L’altra Sardegna, tutta da bere

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Zaino in spalla per Cagliari e dintorni in cerca di emozioni, anche birrarie

Dal tempo delle storie di Carlo Levi nel suo bellissimo “Tutto il miele è finito” ne son passati di anni e la Sardegna, in buona parte, non è più la stessa. Ovvio, direte. Basta guardare i rotocalchi estivi zeppi di foto e icone della Costa Smeralda, con i suoi locali alla moda, i vip, i record della birra industriale più bevuta in Italia, il suo andirivieni di turisti. No, non parlo di “quella” Sardegna. Parlo di quella vera. Quella della lingua sarda. Quella antica dei Fenici, dei Greci e dei Romani. Quella degli abiti decorati dei giorni di festa, del cibo forte, delle radici e delle tradizioni che ancora resistono. Del deserto del Sinis, dei villaggi nuragici come il maestoso Barumini, delle campagne e del Gennargentu, di luoghi potenti come le gole di Su Gorroppu che dicono non abbia fine, dove ancora vigono le regole dei pastori. Quella delle “Case delle fate”, le tombe perdute divenute nei secoli nuovamente abitazioni. Quella dei pescatori, degli agricoltori, dei casari e, oggi, anche degli artigiani della birra. Questa Sardegna, dicevo, è molto cambiata, ma conserva gelosamente un’anima viva, di cui oggi vi scrivo.

Cagliari, capoluogo e città considerata da molti sardi con cui ho parlato “diversa” dal resto dell’isola, ne è una sintesi acuta. Da una parte i quasi otto chilometri di spiaggia del Poetto, che dal Colle del Diavolo portano a Quartu S.Elena; dall’altra i resti romani, rifugi dei cagliaritani durante l’ultima guerra, e il centro storico, troppo spesso snobbato. Cosa manca? Già, dimenticavo: nel cuore di Cagliari ci sono anche due birrifici, più un terzo a pochi chilometri di distanza. E altri cinque in provincia. Vogliamo parlarne? E allora, una volta di più, mettiamoci in marcia. Di strada da percorrere lungo le vie della terra che i greci chiamavano Sandalyon (sandalo) ce n’è tanta, e siccome il punto di partenza più logico da scegliere è appunto Cagliari cominciamo proprio da qui. Più precisamente dal primo brew pub della Sardegna, il Birrificio di Cagliari, fondato da una coppia di soci formatasi in giro per l’Europa. Ampio locale con arredi rustici, atmosfera accogliente e impianto a vista, le birre alla spina sono cinque, a cui si aggiungono varie stagionali. Il nome di ogni referenza della linea principale è ispirato ad un quartiere della città: troviamo allora la Biddanoa (Villanova), una helles da 5° alcolici; la Stampaxi, weizen da 4,5°; la stout di casa, la Casteddu, che richiama le dimore dell’aristocrazia cittadina; la bitter Tuvixeddu (letteralmente “colle dei piccoli fiori”), che deve il nome a un luogo magnifico, un quartiere dove ancora oggi si trova un’antichissima necropoli fenicio-punica; e, per finire, non poteva mancare la Sant’Elia, dubbel da 7° alcolici dedicata al quartiere dove si trova l’omonimo stadio. Anche in cucina la birra resta protagonista, ingrediente e abbinamento per piatti di sostanza e garbo che vanno dal filetto di cavallo, allo spezzatino, alle polpette vegetariane. Altra realtà birraria cittadina è il Birrificio Chemu: un’unica blonde ale da 4,7° e solo in fusto per questi quattro avventurieri campidanesi, ma un’idea di sicura originalità. Intanto la scelta del nome: Chemu significa “gruppo di quattro”, cioè i quattro soci, i quattro ingredienti base della birra, ma anche (e questo mi piace) i quattro elementi e, ancora, i quattro Mori simbolo dell’isola. Due parole sulla birra di nome LEI (bell’idea!). Buon naso, non particolarmente intenso, palato beverino e fruttato, con cereali comunque evidenti e luppolatura poco marcata. C’è già in cantiere qualche novità, indagheremo. Ma, sia chiaro, non pensate di lasciare l’antica Caralis, fondata secondo la leggenda dal figlio di Apollo e dalla Ninfa Cirene, senza aver visitato le vestigia classiche, il centro medievale, senza un bagno al Poetto e una buona mangiata di pesce! Siccome tutto ciò l’ho già fatto innumerevoli volte, proseguo verso il prossimo birrificio, che necessita in realtà di poche presentazioni per i nostri lettori. Sto parlando del Barley di Maracalagonis, e dell’ottimo lavoro svolto fin dal 2006, anno di fondazione, dal birraio Nicola Perra e dal suo socio Isidoro Mascia. Un progetto meditato centrato sul legame con il territorio, l’alta qualità dei prodotti e l’obiettivo di coniugare birra artigianale e alta ristorazione. Pensate che in principio le etichette erano solo tre, mentre adesso il parco del Barley conta ben nove referenze (V. box). Dopo una corroborante bevuta da Maracalagonis tornate sulla costa e prendete la statale 195 verso est, seguendo poi la diramazione che corre parallela al mare. Godrete di panorami mozzafiato, spiagge da sogno e falesie, con tappe obbligate a Santa Margherita di Pula e alla laguna di Chia. Semplicemente un miracolo. Il Sulcis è un territorio selvaggio che colpisce per colori, profumi, storia e perfino per la sua archeologia industriale. Con alcune chicche uniche come il celebre Pan di Zucchero. Dopo alcune ore (o giorni, dipende da voi, qui c’è davvero da perdersi nei sogni) la statale 195 si incrocia con la 126, costeggiando lo stagno di Santa Caterina e le saline per poi arrivare alla strada artificiale che collega la terra ferma a Sant’Antioco, prossima destinazione del nostro viaggio. In questa piccola isola dove la cultura sarda si fonde con quella genovese e aragonese sorge il birrificio Rubiu, brew pub con locali moderni e ben arredati, luminosi e curati. La cucina è attenta alle materie prime locali e anche le pizze, vera forza del pub, sono prodotte con lievitazione naturale utilizzando farine biologiche di grano Cappelli, macinate a pietra. Le birre sono disponibili sia alla spina che in bottiglia nel formato da 0,75. Merita una citazione la Moresca, belgian dark Ale da 7,9° con aggiunta di bacche di ginepro. Color mogano, naso speziato con note di nocciola e miele di castagno, in bocca è cremosa, avvolgente, di notevole persistenza e buon equilibrio. Interessante anche la Trigo, una blanche con frumento non maltato e avena piacevole all’olfatto con i suoi sentori di fiori bianchi, agrumi e fenoli. Corpo discreto, molto beverina, elegante nel finale. Bella prova anche per la Flavia, una belgian strong ale da 7,9° alcolici, pulita, ricca e complessa, quasi grassa. Buona anche la classica ale Raìs, gradevole, pulita e bilanciata. Chiude la gamma l’estiva Lido, una golden… da spiaggia, è proprio il caso di dirlo. Insomma, nel complesso anche qui c’è da divertirsi, come del resto c’è da spalancare gli occhi in giro per Sant’Antioco. Se volete aggiungere al tour un’altra sosta top tornate sui vostri passi e raggiungete il traghetto che porta all’isola di San Pietro, dove non esistono birrifici ma c’è praticamente il Gotha dell’enogastronomia sarda: ristoranti stellati, ricette squisite a base di tonno, vero sovrano di questi mari, e poi crostacei e carni meravigliose. Molte le possibilità di soggiorno per veri birrovaghi: lasciando perdere i più banali hotel, provate i B&B, le residenze campestri del circuito di Terra Nostra o – perché no – un bel camping sul mare.

Come al solito lo spazio a mia disposizione termina sempre troppo presto per soddisfare la proverbiale logorrea di chi scrive. In provincia di Cagliari ci sono altre birre da assaggiare e storie di vita da raccontare. La prossima volta. Ho però scelto un luogo speciale per salutarci. Siamo a Fluminimaggiore, paesino che ospita Janasbeer, birrificio dall’aria quasi esoterica che accarezza la tradizione delle Janas, le fate notturne, e produce tre etichette: una belgian ale di nome Blonde, una dubbel, la Red, e la scura Black. Dopo una sosta doverosa in produzione basta fare una decina di chilometri per guadagnare il senso e la consapevolezza dell’intero viaggio. Il luogo è antico e porta con sé un messaggio incredibile: la pace amici miei, e la sua condivisione, che nasce proprio dalle vite degli uomini che intrecciano naturalmente le loro civiltà come si uniscono i blocchi di pietra. Parlo del Tempio di Antas, per metà romano e per metà cartaginese, che fiero resiste come un simbolo di quel sogno che ancora vale la pena coltivare.

La Redazione