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Pinte tra le Alpi

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pinte alta quota 17

In Trentino Alto Adige fra boschi, vette mozzafiato e buona birra

Le montagne sono scrigni di libertà inattese. Dure come la roccia di cui sono composte e leggere come il cuore della gente che le abita, temprata dal freddo e dal fatalismo, gente che comprende il concetto atavico di “lontano” e coltiva un senso privato dell’onore complicato da assimilare per l’umanità del mare e delle pianure. Io al mare ci vivo, lo sento forte e pure adesso, mentre scrivo, posso avvertirlo dettare i tempi e le leggi della mia città. Ma per fortuna la montagna la custodisco nel profondo. Sulla via dei quarant’anni ho costruito un legame intimo con Lei, mi è sempre stata compagna ed amica. Ho imparato presto a portarle rispetto. Forse è proprio per questo che provo una gioia del tutto speciale a raccontare storie dove la mia passione per la birra si lega a quella per le “terre alte”. Quindi stavolta mi sento più fortunato del solito, perché posso accompagnare tutti voi, amici birrovaghi, alla scoperta di un itinerario sorprendente fatto di birre artigianali, panorami mozzafiato, cucina regionale e persone uniche. Insomma, dopo una colonna di chiacchiere non vi ho ancora svelato la meta! Questo mese vi porto in Trentino Alto Adige “a spas co’na bira”, come dicono i Ladini!

Il nostro viaggio inizia a Bolzano, capoluogo di provincia che merita senza dubbio una visita. Per le sue vie protette dai portici, per l’architettura curata e per quel senso di sospensione e di realtà fuori dalla realtà che colpisce chi si avventura in una città che sembra essere sempre altrove. Italiana e così poco italiana, mitteleuropea in salsa nostrana. Qui, in via Andrea Hofer, pieno centro storico, si trova uno dei birrifici più interessanti della regione: Batzen Brau. Si tratta di un brew pub sorto nel 2012 all’interno della più antica osteria di Bolzano, Ca’ de Bezzi, fondata nel 1404. Il nome richiama l’antica moneta locale, il batzen (“bezzi” deriva infatti da questo termine). Robert Widmann (per tutti Bobo) ha realizzato in poco tempo un piccolo miracolo grazie alla sua intraprendenza (prima di cadere nel vortice del mondo birrario, alla fine degli anni Novanta, aveva una palestra di fitness!), a Christina Pikler, mastro birraio di tutto rispetto, e a un’intuizione più che mai felice: mixare birra artigianale, musica e letteratura nelle mura di Ca’ de Bezzi, dove le antiche ricette brassicole tirolesi hanno ripreso vita. Oggi Batzen Brau produce circa 5.000 ettolitri all’anno e impiega una quarantina di persone. Non male vero? Ma veniamo alle birre. Ho avuto modo di apprezzarle di recente, in occasione del Festival dedicato ai birrifici di montagna “La bira te Fascia” che ho organizzato assieme a due cari amici, Daniel e Diego Riz, in Val di Fassa nel mese di luglio. Sono rimasto sorpreso dalla pulizia, dalla personalità e dalla gradevolezza dei prodotti targati Batzen, soprattutto perché si tratta di birre che partono da stili arcinoti che non vogliono stupire, ma appagare e gratificare chi le beve. Certo, ogni birraio ama dar sfogo alla propria fantasia e fa benissimo se, come in questo caso, decide di creare anche stagionali monumentali come la Whiskey Porter, di appena 5,5° con orzo, frumento e avena. Eleganza, armonia e ottima struttura che non cede mai alla pesantezza o alla stucchevolezza. Ma è bevendo la Weissen (5°), la Dunkel (4,9°) e la Hell (4,9°) che si riscopre la rassicurante bellezza della semplicità. Cito volentieri anche un secondo birrificio aperto da tempo in città, che ero solito frequentare… alla fine del secolo scorso! Si tratta di Hopfen & Co, storico rustico brew pub con impianto a vista situato in Piazza delle Erbe, una delle più caratteristiche di Bolzano e adattissimo nell’ottica del pub crowlin’ all’insegna del “bevi naturale, bevi artigianale”. Qui si mangiano piatti tipici e si gustano alla spina alcune buone referenze fisse (Weizen, Dunkel e Hell), oltre a diverse stagionali tra cui consiglio la natalizia. Particolarità del locale è la possibilità di richiedere bottiglioni da 2 litri da asporto, riempiti direttamente dalle spine e chiusi a pressione. Ovviamente per un consumo celere.

Ma non indugiamo oltre a fondo valle, siamo appena partiti. Saliamo in macchina e raggiungiamo il piccolo borgo di Chiusa, da cui proseguiremo verso la Val Gardena. Ma senza fretta perchè urge una tappa al Gassl Brau, accogliente brew pub che produce una corretta Helles da 5° alcolici, una Weizen da 5,5° e una Dunkel da 6°, tutte disponibili alla spina. Livello medio discreto, dovendo scegliere puntate sulla Dunkel, magari abbinata ai gustosi piatti della tradizione locale proposti al Gassl, come i canederli di aglio al ragù di coniglio o la Zuppa alla birra. Ma a Chiusa non si viene solo per ristorare il corpo; concedetevi un’oretta per cimentarvi con la salita che conduce al Monastero di Sabiona, il cui nucleo risale al V secolo dopo Cristo. Bellissima e maestosa “Fortezza” che sovrasta il borgo, così chiamata per la sua funzione difensiva durante il Medioevo che l’ha resa protagonista di numerose battaglie a protezione dell’accesso alla Valle Isarco.

Una volta ripresi dallo sforzo e ripagati dalla spiritualità del luogo si riparte alla volta di Ortisei, ridente e modaiolo capoluogo della Val Gardena, dove magari lasciarsi andare ad un fugace shopping, per poi riprendere verso le magnificenze del Passo Sella. Lasciate l’auto e armatevi di scarpe da trekking perché ora si cammina sul serio. Il primo obiettivo è il Rifugio Pertini, appena venti minuti di marcia costeggiando il Gruppo del Sassolungo, semplicemente di surreale bellezza. Superato il piccolo rifugio proseguite lungo il facile crinale che raggiunge in un’altra oretta scarsa il punto di arrivo della nostra breve e suggestiva escursione: il Rifugio Sasso Piatto. Perché voglio condurvi fin qui? Semplice, amo il senso del confine e la forza del vento. In luoghi come questo ci si sente un po’ a mezza via tra la sicurezza e la curiosità. Davanti a voi si staglierà la parete del Sasso Piatto, che sembra un monte tagliato di netto da una lama possente, di fronte la dolcezza dell’Alpe di Siusi e la sagoma inconfondibile dei Denti di Terrarossa, alle vostre spalle il Padre delle valli Ladine, il Sella, o come lo chiamano qui il Monte Pordoi. Insomma, lo spettacolo è assicurato, come garantita è la cura della cucina offerta nel rifugio, dove solitamente non manca una piccola selezione di birre artigianali locali. A questo punto, per fare le cose fatte bene, consiglio di scendere lungo la Val Duron fino al grazioso abitato di Campitello (considerate un paio d’ore per i Birrovaghi meno allenati) e da qui risalire in funivia fino al Col Rodella (2.300 metri) per poi riscendere in tutto relax al Passo Sella. Ovviamente è bene mettere in programma l’itinerario al mattino. Dal Passo si prendono le indicazioni per Canazei, 11 km circa (food, wine & beer di alto livello all’Enoteca Valentini), si prosegue per il già citato Campitello, con sosta per rifornimento birre, grappe e via dicendo alla Scaletta in Piaz de Ciampedel, dove sarete accolti da titolari appassionati e competenti. Se decidete di pernottare qui le possibilità non mancano: ad esempio l’Hotel Alpi offre buone camere, cucina al di sopra della categoria e una selezione di artigianali italiane locali e non nell’area bar, curata da un giovane homebrewer. Per il dopo cena tappa fondamentale al pub di Buzz (sempre in Piaz de Ciampedel). Birre discrete in un bell’ambiente “irish montanaro”, con tanto di palco fornito di strumenti a disposizione per chiunque abbia voglia di suonare!

Lasciato Campitello la valle scorre veloce fino a Moena, la terra del celebre formaggio Puzzone, e da qui via di corsa per la Val di Fiemme in direzione Predazzo. Nelle vicinanze, a Daiano, Stefano Gilmozzi nel lontano 1999 ha fondato il primo Birrificio Artigianale del territorio, Birra di Fiemme, di cui vi ho già parlato nel primo numero del Magazine. Stefano è un personaggio fantastico, anarchicamente compassato. Ho passato ore nelle scorse settimane a parlare con lui di birra e mi ha stupito il suo lucido distacco dalla materialità della cosa. Sono la passione, la curiosità, la ricerca e il gioco ad entusiasmarlo, e trovo ciò un fatto rilevante, perché a ben vedere più passa il tempo e più credo necessaria una poetica del mestiere contro il rischio della sterilità “markettara” che assume l’impresa quando i numeri generali del settore crescono troppo velocemente e lasciano indietro le braccia aperte degli uomini. Ma sto divagando, torniamo a noi. Una volta attraversato il centro di Predazzo si prende la via per il Passo Rolle che ci porterà nel cuore della Foresta di Paneveggio, celebre per i suoi abeti secolari e perchè qui si ricavava il legno per i mitici violini Stradivari. Si dice che gli alberi della foresta suonino, e forse è vero. Provate a perdervi lungo uno degli innumerevoli sentieri tracciati: vicino all’ufficio del Turismo parte ad esempio quello che conduce ad un ridente laghetto sotto la cima del Colbicron, prevedete un’ora e trenta minuti di cammino. Per i più pigri c’è sempre la possibilità di vagare nei boschi per godersi l’aria balsamica e corroborante. Qualunque sia la vostra scelta pochi chilometri dopo la foresta si giunge al Passo Rolle, finestra unica sul Cimon della Pala ed il Gruppo delle Pale di San Martino, le montagne care allo scrittore Dino Buzzati che vi trovò l’ispirazione per il suo celebre romanzo Il Deserto dei Tartari. Se ci capitate attorno all’ora di pranzo sosta pressoché obbligata è la Baita Segantini, facilmente raggiungibile in una decina di minuti a piedi. La strada si snoda poi per numerosi tornanti fino all’abitato di San Martino di Castrozza e più oltre a Fiera di Primero nelle cui vicinanze – più precisamente a Mezzano, località Le Giare – si trova l’ultimo birrificio del nostro itinerario: BioNoc’. Un progetto interessantissimo nato dalla volontà dei due soci Fabio Simoni e Nicola Simion di raccontare il proprio amore per la birra e per il Trentino attraverso un prodotto ecosostenibile che, come dicono loro, “non cambia forse la qualità della birra… ma cambia la qualità della vita”. E sostenibile questo birrificio lo è nel vero senso della parola, poiché l’attenzione all’uso di energie rinnovabili e ingredienti biologici qui è di casa. Anzi, si può dire che BioNoc’ sia il primo birrificio biologico della regione. Pensate che in questi mesi i due giovani birrai stanno ultimando la coltivazione di ben 150 piante di luppoli biologici destinati ad aromatizzare tutte le loro birre. Ma non finisce qui: una volta rotti gli argini della fantasia i risultati scorrono come l’acqua nei torrenti alpini, e infatti a brevissimo sarà disponibile in fusto la prima Oud Bruin trentina che uscirà con il nome eloquente di “birra acida di montagna”. Ho avuto modo di assaggiarla e ne sono rimasto colpito, davvero un’ottima prova. Passando alle altre etichette della casa non perdete l’Alta Vienna (5,8°, 100% malto Vienna con lievito belga), fruttata, caramellata, in bocca calda e cremosa. Molto buona anche la Lipa, come si intuisce dal nome ispirata alle IPA inglesi (malti Pale e Crystal, con dry hopping di Golding): naso di fiori bianchi e frutta a pasta gialla, note erbacee, bocca fresca e di facile beva senza penalizzare corpo ed equilibrio, di 6° alcolici. Bene, infine, anche la Saison di belga memoria da 5,4° alcolici, allegra e tesa, senza cadere nel watery. La linea completa annovera anche una Noel e varie stagionali. Oltre alla doverosa visita in birrificio (Fabio è un vulcano con notevoli doti istrioniche) potete gustare on tap le birre di Bionoc’ presso la Birroteca Sangrillà a Fiera di Primero, che conta oltre 200 tipologie di birra: se decidete di fermarvi a dormire l’Albergo “L’Isola bella” rappresenta un buon indirizzo, anche in termini birrari. Dulcis in fundo per gli amanti della cucina tipica, attualizzata e assai ben eseguita, consigliamo la sosta a Malga Ces nei pressi di San Martino di Castrozza.

Ed eccoci arrivati alla fine di un altro viaggio. I limiti di spazio e la mia proverbiale logorrea mi impongono di fermarmi qui, ma di storie da raccontare all’ombra dei “monti pallidi” ce ne sarebbero ancora molte. Pazienza. Consideriamo ogni viaggio come la tappa di un’avventura più grande e il nostro percorso personale come la riga di un sentiero da battere passo dopo passo ciascuno con il proprio ritmo. Perché quel che più conta è sentire il piede che batte la terra, assaporarne l’energia, imparare finalmente ad ascoltarsi. E chiudere il cerchio alzando al cielo la vostra birra preferita, beh, di montagna ovviamente!

La Redazione