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Una pinta con Re Artù

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re artù 18

La Cornovaglia che non ti aspetti tra birra e leggende

Intanto mettiamoci d’accordo: di Cornovaglia ce ne sono due. Come due?! Sì, due. E pure in stati diversi, ma poi si sa, alla storia piace giocare e gli uomini hanno imparato a rincorrersi nei secoli e nei chilometri. E così è capitato che se in Francia è sopravvissuto fino a un’epoca relativamente recente il Regno di Cornovaglia, in Inghilterra è il nome di una regione molto particolare che si trova nell’estremità sud occidentale del paese. Il punto di contatto oltre alla comune cultura celtica, è nascosto tra le pagine di un libro, o meglio in una saga costituita da svariati tomi. Molti di voi, amici Birrovaghi, sanno bene di cosa sto parlando: il Ciclo Bretone! Le vicende di Merlino e Re Artù, di Lancillotto e la Fata Morgana. Vicende narrate a mezza via tra il mito e l’epopea letteraria di fantasia. Perché di questo si tratta. Fantasia così potente da aver insinuato in molti il dubbio della verità; un ossimoro che fa riflettere. Sta di fatto che nella Bretagna francese esiste l’antica foresta di Paimpont, erede dell’ancestrale Argoat, dove si possono visitare curiosi siti come la tomba di Merlino, la Fontana di Barenton e il castello di Morgana, per citarne alcuni. Luoghi di sicura suggestione, ma probabilmente nulla più. Eppure l’eco dell’antico reame si ode ancora. D’altra parte nella Cornovaglia inglese c’è Tintagel, borgo medievale dove troneggia come uno schiaffo al cielo battuto dal vento, il castello di Re Artù. E in entrambe le zone ci sono dei Land’s end, dove la terra finisce e la gente si chiede perché. Ma la scelta è ormai compiuta: stavolta vi porto in Inghilterra.

E siccome siamo alle porte delle feste natalizie vi propongo un viaggio di quelli emozionali, dove la passione per la birra artigianale si fonde con la parte buona della malinconia, cullati da una pinta seduti al tavolo in legno consumato di un pub secolare, o ipnotizzati dal passo ritmato sull’acciottolato antico di una campagna che sembra uscita da un film di Hercule Poirot, magari gustando un tipico “cornish pasty” ripieno di carne e patate. Il mio primo contatto con questa bella terra risale a una decina di anni fa, proprio nel periodo natalizio. Ricordo bene la netta sensazione di lontananza e di diverso che provai appena arrivato. Lì sei in Inghilterra ma al tempo stesso sei in un altrove ipotetico, dove le regole sono diverse e la vita scorre lenta.

Voglio provare a ripercorrere con voi le stesse tappe di allora partendo da Lynton & Lynmouth un piccolissimo borgo del nord del Devon, regione limitrofa alla Cornovaglia, noto per una funicolare che unisce il paese alto, aggrappato ad un falesia vertiginosa, al porticciolo e dove si trova uno dei dieci pub migliori della zona, il Staghunters Inn, con le due spine artigianali a pompa e qualche camera a buon prezzo. Regalatevi un pomeriggio invernale davanti a una pinta come si deve prima (o dopo) aver razzolato per le viuzze ornate dalle case in pietra colorata. Se poi la sosta vi piace e volete pernottare suggerisco il B&B Blue Ball Inn.

E adesso via, si riparte! Prossima fermata la baia pazzesca di Hartland, nei pressi di Bideford (considerate un’ora e mezza di auto, più per le tortuose stradine che per la reale distanza), dove le rocce nere sono affilate come rasoi e il vento non dà pace. E dove ha sede il primo birrificio del nostro itinerario, il Forge Hartland Brewery. Ogni volta che entro all’Hartland Quay Hotel, pub e albergo facilmente raggiungibile dalla sede di produzione, tiro fuori il mio taccuino del buon cronista, ordino una Dreckly (real ale rossa e maltosa da 4.8%) e comincio a scrivere, e riesco ad immergermi in una serenità tutta particolare, quella che ti regalano solo il concetto libero di “lontano” e quell’improbabile normalità degli uomini di fronte alla potenza ignara del mondo. Il Forge Brewery, tornando al resoconto più prosaico, produce ben nove tipologie di Real Ale, più volte premiate dal SIBA, associazione che riunisce i birrifici indipendenti del territorio. Oltre alla Dreckly che ho già citato, consiglio un bicchiere di Hawkers (4.6%), Ale di ottimo corpo ed equilibrio, prodotta con malti di media tostatura e un mix di sei luppoli. Belle prove negli ultimi anni anche per la IPA di casa e soprattutto per la Litehouse (4.3%), Golden Ale di prim’ordine, forse appena troppo corposa per l’usanza locale. Molto bene anche la Devon Maid (4.0%), agrumata e delicatamente fruttata al naso, con una sapiente luppolatura ben presente a fine bocca. Soddisfacente il resto della batteria.

Lasciamo adesso le scogliere di Hartland e scendiamo fino ad uno dei luoghi topici della Cornovaglia, il borgo di Tintagel, ritagliandoci magari un paio d’ore per bighellonare sulla spiaggia di Bude, ridente località turistica in estate sempre lungo la costa nord. Una volta giunti al celebre abitato medievale, leggendaria porta del Regno di Avalon, la visita ai resti del castello del XII secolo e alla grotta di Merlino è inevitabile. Ci si incammina fino a un promontorio roccioso appena fuori del paese e la calma rimane d’obbligo perché qui l’atmosfera bisogna respirarla tutta. Esistono luoghi ricchi di energia conservata nelle pietre e nei ricordi e questo è uno di quelli.
Ma siccome di solito qui il clima non è proprio clemente, soprattutto in inverno, consiglio di far tappa a fine visita al Cornishman Inn, tradizionale pub con camino di ordinanza e travi in legno. Il cibo è buono e abbondante, la birra per lo più locale e a sera non è raro imbattersi in concerti di musica folk. La struttura conta anche alcune camere con formula B&B ed una ricca english breakfast.

Si prosegue poi verso Boscastle con il suo famoso museo delle Streghe e Newquay, meta ideale per i birrovaghi surfisti amanti della vita notturna e della movida in salsa cornish. Si vira poi verso l’interno in direzione di Truro, sorta di capoluogo della regione dove ha sede il secondo birrificio del nostro viaggio. Sto parlando di Skinner Brewery, fondato nel 1997 da Steve Skinner che ha sempre mantenuto l’assoluta indipendenza. Betty Stogs è il loro prodotto di maggior successo, nominato nel 2008 dal CAMRA “Champion best Bitter of Great Britain”. Dal color ramato e dalla schiuma ocra, fine e cremosa con discreta persistenza, regala un naso monopolizzato dagli agrumi, soprattutto mandarino ed arancio. La bocca è coerente: rapido imbocco di biscotto e poi ancora agrumi, con polpa dolce e scorza amara in equilibrio. Finale secco, con retrogusto “zesty”, amaro e limonoso. Nel complesso molto godibile, snella e leggera (4°alc.), morbida in bocca e poco carbonata. Altre etichette meritevoli: l’Helgian Honey al miele di Cornovaglia, la Lushingtons, da 4,2°alc., prodotta interamente con luppoli made in USA e la Pale Ale River Cottage con malti e luppoli regionali, compreso il Cascade, la cui coltivazione è recentemente iniziata anche nel Regno Unito.

Da Truro riprendiamo ora la via del nord e puntiamo verso St. Ives, cittadina gradevole e vivace nella parte più occidentale della penisola. La sosta merita una mezza giornata, anche perché ci aspetta la visita all’omonimo Birrificio St. Ives, terzo nel nostro itinerario e più giovane tra quelli che ho scelto di presentarvi in questa sede. Nasce infatti nel 2010 per produrre quasi esclusivamente Golden e Pale Ale tra cui consiglio la Boilers Golden Cornish Ale, una golden ale da 5°alc. decisamente più strong rispetto a quel che si trova in genere da queste parti, ma assai apprezzata dal pubblico giovane. La birra è dedicata al naufragio nei pressi di St. Ives di una nave cargo diretta in Italia nel 1939. Gli abitanti riuscirono a salvare, nonostante la tempesta che squassava il mare e la riva, ben 24 membri dell’equipaggio. A ben vedere un fatto notevole per cui vale la pena di brindare in compagnia, ancora oggi.

Ma mi sto dilungando, come al solito. È tempo di proseguire il viaggio! Già, perché a pochi chilometri da qui c’è una tappa imprescindibile per chiunque venga in questi lidi, meglio ancora se lontano dal clamore turistico dell’estate. Sto parlando di Land’s End, la fine della terra. Una volta arrivati, tirate dritto senza voltarvi, un po’ come Dante nel girone degli ignavi, di fronte al grottesco parco dei divertimenti che vi si para innanzi e camminate lungo lo stradello fino alla falesia che segna il confine posto dall’Oceano Atlantico alla vecchia Europa. Quando ci si ferma a guardare il mistero del mare, si avverte forte il senso del confine, c’è qualcosa di magico in posti così. Non c’è silenzio, anzi. Perché le onde hanno sempre qualcosa da dire e il vento porta parole nate chissà dove, similmente alla luce e al suono primordiale. E allora il fardello del silenzio tocca a noi, ospiti imprecisi di tanta grandezza. La falesia non è immensa ma è giusta. La vegetazione non è inusuale, ma è caparbia. Chi ci vive attraversa un’esistenza in potenza, come se perdurasse un’attesa spaurita. In una parola, magnifico. Ma non indugiamo oltre. Percorriamo il perimetro del promontorio seguendo la stretta stradina costiera che sfiora la Baia del non Ritorno e dopo un paio d’ore ad andatura lenta, conquistiamo le prime case di Penzance. Ci si viene per il mare, per i negozietti ben forniti, per dire di esserci stati o cose del genere. Ma io personalmente ci vengo per bermi una birra in un celebre pub che porto in cuore: l’Admiral Benbow in Chapel Street, che ricostruisce la nave dell’Isola del Tesoro di Stevenson! Anche il menù non è male, da pub certo, ma rivisitato e ben eseguito a base di pesce locale. Se trovate pieno, a due passi potete optare per il The Turks Head Inn.

Nei pressi di Penzance vi aspetta tuttavia un altro piccolo scrigno, Mousehole, paesino di pescatori fondato nell’alto medioevo che offre ottimi ristorantini dove gustare ostriche e crostacei ed uno dei miei pub preferiti del Regno Unito: The Ship Inn, animato da giovani chiassosi, famiglie con bambini voraci di patatine, anziani riflessivi con cravatte improbabili, coppiette e giovani artisti. Come dire: un pub autentico, che include ed accoglie, a differenza di quel che ahimè troppo spesso avviene a casa nostra. A voi la scelta.

Una volta rifocillati e riscaldati prendiamo la A394 (che poi diventa A39) fino a Truro e poi facciamo rotta su St. Austell, dove ci aspetta quello che forse è il più celebre birrificio artigianale della regione. Il borgo, a dirla tutta non proprio una delle sette meraviglie, ma la birra ripaga il viaggio. Il Birrificio St. Austell nasce nel 1851 grazie a Walter Hicks e si è mantenuto indipendente negli anni, grazie all’avvicendarsi di discendenti e azionisti il cui scopo è stato quello di preservare l’azienda dagli artigli delle multinazionali. Oggi possiede 180 pubs tutti nel sud ovest dell’Inghilterra e produce birre in stile tradizionale, in Cask o rifermentate in Bottiglia, impiegando malto della Cornovaglia e lievito selezionato in birrificio. Le birre ottenute sono bilanciate, di ottima bevibilità e di carattere morbido. La Tribute (Pale Ale da 4,2°alc.) è l’etichetta più celebre, una bitter ramata come da tradizione, mentre la Special Bitter HSD (5,2°alc.) è dedicata ad Hicks, il fondatore, ed è una delle migliori rappresentanti dello stile. Ottima anche la Proper Job, l’IPA di casa (5,5°alc.), brassata anche in versione Double IPA da 7,2°alc., cosa assai rara in zona. Ma a St. Austell hanno regole proprie e così in batteria spunta pure una Bock, la Cornish Bock, con i suoi 6,5°alc. di bassa fermentazione. Menzione finale per la Admiral’s Ale per drinkabiliy e delicatezza al naso. Oltre che per il fatto che è una delle poche talvolta reperibili in Italia.

Detto ciò pare proprio che debba avviarmi a malincuore alla conclusione. Vorrei portarvi nei parchi naturali dove al verde non basta un colore, nel centro di Looe, ai castelli gemelli sul fiordo di Fowey, sulla cima di Rame Head, ma non posso. Debbo scegliere e quindi ci salutiamo dove tutto è cominciato. Cosa voglio dire?! Semplice, nel cuore di un’altra leggenda, seppure molto diversa. Il racconto per oggi si conclude sulla costa sud della Cornovaglia, nella minuscola cittadina di Polperro, dove il sole si riflette sul bianco delle case. Terra di pirati e contrabbandieri avvolti nel mistero. Un luogo perfetto per attendere l’ultima nave della sera, fantasticando sul prossimo carico arrivato da chissà dove. Forse qui è sbarcato qualche cavaliere impegnato in nobili imprese, o si è fermato a bere l’ultimo dei mozzi dopo mesi di navigazione. Alla fine la differenza non è poi molta, perché tutti siamo parte di una grande avventura e a tutti spetta il compito di vivere una parte della storia, lasciando il libro sul molo perché altri lo raccolgano e continuino a scrivere.

La Redazione