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Degli zingari e del furto di bambini

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Non chiamarmi zingaroprima
Più di una volta mi sono chiesto se il nomadismo dei rom e dei sinti sia una scelta dettata dalla voglia di viaggiare o da un vitale istinto di sopravvivenza.

Gli zingari rubano i bambini. Una ricerca dell’Università di Verona ha preso in esame l’ultimo ventennio fino al 2007. Ha scartabellato in tutte le procure italiane e non ha trovato un solo caso di rom o di sinto condannato per aver rubato un bambino.

Ora invece facciamo un salto indietro nel tempo. Questa storia, riportata nel mio libro “Non chiamarmi zingaro” edito da Chiarelettere, me l’ha raccontata Mariella Mher la scrittrice jenische (gli zingari svizzeri) che all’età di due anni fu “rubata”, per legge, alla propria famiglia. Siamo nel 1912 e in Svizzera, per contrastare la mortalità infantile, viene creata una fondazione: la Pro Juventute.

E’ subito riconosciuta di pubblica utilità e beneficia di contributi da parte della Confederazione Elvetica.
Nel 1926 le viene affidato l’alto compito di proteggere i bambini dall’abbandono e dal vagabondaggio e così idea il progetto Bambini di strada.
Il fondatore e direttore, dottor Alfred Siegfried, si fa personalmente carico di “sradicare il male del nomadismo” dalla società svizzera. Cardine della sua filosofia è la conversione di tutti gli jenisch, gli zingari svizzeri, da nomadi a sedentari. Purtroppo gli adulti sono già dati per spacciati mentre sui bambini si può ancora agire. Così, attraverso “misure educative sistematiche e coerenti”, Siegfried sottrae con la forza, alle rispettive famiglie jenisch, i figli. Queste operazioni vengono condotte in collaborazione con le autorità cantonali e comunali.
Il dottore, che definisce gli zingari geneticamente “inferiori, deficienti e mentalmente ritardati”, colloca i bambini, anche quelli in fasce, presso orfanotrofi, collegi, ospedali psichiatrici o all’interno di famiglie affidatarie.

L’operazione ha come obiettivo il riplasmare questo materiale umano introducendolo all’interno di una società sedentaria, ordinata e normale. Ogni contatto con la precedente famiglia è categoricamente vietato, pena la non riuscita del piano rieducativo. “Ogni qualvolta” sottolinea il dottor Siegfried “vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro viene vanificato.”
Anche i cognomi vengono cancellati per impedire possibili e futuri ricongiungimenti che potrebbero riportare il fanciullo verso una vita nomade e di conseguenza verso il crimine.
Che il nomadismo jenisch anche in Svizzera sia dovuto alla ricerca della sopravvivenza attraverso il piccolo commercio, non viene preso in considerazione dal dottor Siegfried che, al contrario, lo considera una devianza genetica.
Il suo obbiettivo è recuperare questo popolo di asociali e così molte bambine, come fu in seguito provato, sono sterilizzate. Per alcuni bambini con ritardo di linguaggio si crea un metodo speciale: vengono infilati in una vasca da bagno e quindi bloccati dentro con delle assi di legno che gli cingono il collo affinché non possano uscire. Questa teoria medica asserisce che i problemi di linguaggio del bambino, precedentemente sottratto con la forza alla legittima madre,  si risolvono immergendo il suo corpo, anche per venti ore, in acqua fredda.
L’ideologia nazista non è né sconosciuta né avversata dalla Fondazione Pro Juventute che, anzi, attraverso il suo direttore, intrattiene strette collaborazioni con psichiatri tedeschi e, in modo particolare, col dottor Robert Ritter che tanta parte ebbe nella soppressione di 500.000 rom e sinti durante il terzo reich.

In poco meno di quarantacinque anni e cioè dal 1926 al 1972, sono rubati alle rispettive famiglie circa duemila bambini di cui più di seicento dall’Associazione umanitaria Pro Juventute.

Nel 1972 un giornalista svizzero, Hans Caprez, raccoglie alcune testimonianze di jenisch vittime del programma della Pro Juventute. E’ una bomba e lo scandalo che ne scaturisce va su tutti i giornali. Non passa neanche un anno e la Pro Juventute interrompe il progetto Bambini di strada.
Vengono condotte delle indagini sui responsabili.
Tuttavia devono passare quindici anni prima che la Pro Juventute chieda pubblicamente scusa al popolo jenisch ammettendo le proprie colpe.
I risultati delle indagini sulle responsabilità della Confederazione arrivarono, invece, nel 1998 quando è condannata a risarcire le vittime.
Quel che resta, oggi, a questi bambini rubati sono: traumi, lesioni, vergogne e un risarcimento, riconosciuto dalla Confederazione Elvetica, di circa 10.000 euro.

Pino Petruzzelli