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Il senso della bellezza

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Il tema della bellezza fine a se stessa è stato affrontato da John Ruskin e successivamente da Oscar Wilde per quanto riguarda la letteratura, da Rodolfo Valentino per quanto riguarda l’arte cinematografica.

Infine si ha abusato di lei nel mondo della moda fin dai tempi della nascita della Haute Couture francese, voluta da Charles Frederick Worth.
Ci sono artisti che hanno sacrificato la propria esistenza pur di essere devoti alla bellezza fine a se stessa, per il puro gusto di renderla eternamente viva.
Non si parla di stilisti di rilievo, di pittori cosmopoliti. Non stavolta. Perchè mentre i riflettori erano rivolti altrove, vi sono state delle persone devote allo stile e all’amore per la moda senza essere ricambiati.
È infatti il caso di una comunità di ragazzi fuggiti ad Harlem. Essendo stati letteralmente cacciati da casa per la loro omosessualità, hanno trovato un rimedio alla vita malfamata grazie alla propria volontà e alla cura e alla devozione delle cosiddette “mothers”, le quali hanno insegnato loro ad essere sempre se stessi.
I ragazzi, infatti, al momento dell’entrata in questa nuova famiglia, vengono smistati nelle varie “Houses” (così chiamate per riferirsi ironicamente alle case di alta moda). Le più importanti sono la House of LaBeija, of Xtravaganza, of St.Laurent e of Corey, ognuna delle quali è capitanata dalle “mothers”. Per assumere il ruolo di “mother” occorre far parte da molti anni della casa alla quale si appartiene o vincere numerosi trofei e assumere dunque lo status di “leggenda”.
Se non avete idea di cosa si stia parlando, allora conviene prima dare un’occhiata al documentario girato da Jennie Livingston nel 1990: “Paris is burning”.
Il film esplora la cultura e le abitudini degli omosessuali afroamericani e latini nel contesto dei bianchi del Reaganismo più conservatore.
La pellicola è incentrata sul tema del ballo in cui un concorrente mira alla vittoria di un trofeo e ad una notorietà considerata “leggendaria” seppur riconosciuta solo all’interno del gruppo. Dorian Corey, una delle “mothers”, disse: “Nessun giornale si preoccuperebbe di intervistarmi se andassi ad una première. Ma questa è sempre una fama, una piccola fama, e devi far sì che tu riesca a prendertela. E ti piace. Ti piace l’adulazione, ti piacciono gli applausi.”
Il momento di cui parla Dorian Corey si riferisce a quello del “ball”; dello show, ossia quello in cui il concorrente deve mostrare le proprie abilità e la propria fantasia.
La prime due categorie consistono nello sfilare come una modella, indossando imitazioni di abiti di alta moda maschili (in questo caso concorrerà per la categoria delle “butch queens”) o femminili (è il caso della categoria delle “fan queens”).
La terza categoria è chiamata “realness” e consiste nel travestirsi ed essere ciò che si vuole: dalla studentessa al militare.
La quarta ed ultima categoria, invece, prevede un’esibizione di danza Vogue. Questo stile, introdotto dal ballerino Willie Ninja e voluto prima da Malcom McLaren (ex storico della designer Vivienne Westwood) e in seguito da Madonna, consiste nel mettersi in posa imitando le movenze delle modelle che compaiono sulle riviste.
Alcuni di questi ragazzi hanno progetti normali inerenti al proprio futuro: vogliono soltanto una bella casa e un compagno di vita. Soltanto stabilità, quella che non hanno mai avuto. Tuttavia, il desiderio di gran parte delle persone appartenenti a questa comunità è quello di estendere la propria notorietà anche al mondo esterno alla scena gay newyorkese. Vogliono essere riconosciuti e vogliono essere all’altezza delle icone dalle quali ora si ispirano. Vogliono essere benestanti, potersi concedere dei bei vestiti, quelli dei designers in voga negli anni ottanta: Versace, Valentino, Yves Saint Laurent e molti altri. A riguardo Dorian Corey disse: “Io sono di un’altra epoca, quella del grande costume. Ora non è più così. Ora si basa tutto sullo stilista. Non è più una questione di ciò che si crea ma di ciò che puoi permetterti di acquistare”.
La cosa che colpisce maggiormente vedendo questo film non è tanto l’orgoglio gay, nè tantomeno il tema della povertà, dell’AIDS o dell’omofobia.
C’è una luce, una convinzione sicura negli occhi di questi ragazzi: la voglia di insegnare al prossimo che nulla è morto, che se si vuole essere qualcosa allora bisogna fare di tutto per poterlo essere, anche solo per una notte, anche solo su un palcoscenico. Basta non opprimere se stessi e la propria personalità.
Credo che loro intendessero proprio questo per bellezza fine a se stessa.

Violetta Sturiale