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Inflazione di “Terre”? L’Europa si prepara a esplorarle

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Per millenni abbiamo pensato che il nostro pianeta fosse unico. Oggi invece gli astronomi si accorgono con sorpresa che c’è una inflazione di Terre. Secondo uno studio fatto alle isole Hawaii con il gigantesco Keck Telescope e pubblicato su “Science”, uno su quattro dei pianeti che orbitano intorno ad altre stelle potrebbe essere simile alla Terra.

Per la nuova disciplina dell’astrobiologia e per chi spera di stabilire un contatto con qualche civiltà aliena è una festa. Non so se ci sia da rallegrarsene, invece, guardando allo stato del nostro pianeta e della nostra civiltà. Non avvertiamo il bisogno, nell’universo, di tante repliche delle drammatiche differenze economiche e sociali, delle risse tra religioni, delle guerre e dei pessimi governi che conosciamo sul nostro pianeta.
Ma poiché in ogni caso con l’affollarsi di pianeti di altre stelle bisogna fare i conti, i ricercatori europei hanno stabilito un preciso piano di sviluppo per gli studi che nei prossimi anni potrebbero portare a individuare con certezza un pianeta davvero “gemello” della Terra in orbita intorno a un’altra stella.
Il Rapporto, 75 pagine, è stato preparato dall’Exoplanet Road Advisory Team per l’Agenzia spaziale europea (ESA) e presentato al simposio dell’Unione Astronomica Internazionale sugli esopianeti che si è svolto a Torino dall’11 al 15 ottobre.
In esso vengono coordinati gli sforzi di varie organizzazioni di ricerca, dei telescopi al suolo e dei due satelliti che attualmente stanno cercando esopianeti, l’americano “Kepler” e il francese “Corot”. Tre le principali aree di studio individuate: 1) sviluppare tecniche per trovare pianeti sempre più piccoli; 2) determinare la loro struttura geologica esterna e interna; 3) mettere a punto sistemi di analisi delle loro eventuali atmosfere per poter individuare indizi della presenza di vita.
Informazioni e audio sulla “road map” che ci porterà a scoprire nuove Terre:
www.media.inaf.it/2010/10/28/quante-terre-nell%e2%80%99universo/

Non solo nuove Terre però sono all’orizzonte. Ai cento miliardi di galassie noti, altre se ne aggiungono grazie a tecniche di ricerca fino a ieri insospettabili. L'”Astrophysical Journal” ha appena annunciato la scoperta di dieci nuovi ammassi di galassie scoperti nel cielo australe grazie alla loro “ombra”. Il team che ha fatto la fruttuosa ricerca appartiene alla Rugers University e alla Pontificia Università Cattolica del Cile. Per “ombra” si intende l'”impronta” o traccia che gli ammassi di galassie lasciano nella radiazione cosmica di fondo in seguito all’effetto Sunyaev-Zel’dovich.
Lo strumento che ha rivelato la minima anomalia nella radiazione cosmica di fondo, a sua volta indizio degli ammassi di galassie altrimenti invisibili, è il grande radiotelescopio millimetrico in funzione del deserto di Atacama, sulle Ande del Cile. La nuova tecnica di osservazione apre prospettive interessanti nello studio dell’universo, soprattutto a grandi distanze.
Ma l’ultima notizia, sul numero di “Science” del 5 novembre, riguarda cinque galassie primordiali scoperte a 11 miliardi di anni luce da noi grazie al fortunato incontro di una tecnologia raffinatissima e di un fenomeno naturale che l’ha resa ancora più potente.
Lo strumento tecnologico è il satellite europeo per l’infrarosso “Herschel”. Il fenomeno naturale è una “lente gravitazionale” che ha accresciuto, concentrandola, la luminosità delle cinque galassie, proprio come fa l’obiettivo di un telescopio. Nel gruppo di astrofisici che firmano la ricerca c’è una forte rappresentanza italiana: Luigi Danese della Sissa (Trieste), Mattia Negrello della Open University e Gianfranco De Zotti e Sara Buttiglione dell’Inaf-Osservatorio di Padova.
Atlas, il progetto di ricerca che ha portato alla scoperta, fruisce di 600 ore del satellite “Herschel” per esplorare 550 gradi quadrati di cielo (lo spazio di una piccola costellazione) in 5 bande dell’infrarosso. A rivelare la grande distanza delle 5 galassie è stato lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali del monossido di carbonio. La loro età è circa un quinto di quella dell’universo.
Previsto da Einstein, che però riteneva impossibile osservarlo e ancora di più usarlo per sondare l’universo, il fenomeno delle lenti gravitazionali si verifica quando una grande massa (in questo caso una galassia a 3 miliardi di anni luce) si trova tra noi e oggetti più lontani. La luce di questi oggetti, seguendo la curvatura dello spazio indotta dalla massa interposta, viene deviata appunto come se attraversasse una lente.

Tiziano Farinacci – Italian Research