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QUANNO MORO VOJO ESSE FERMENTATO

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L’altro giorno ho avuto un incontro con un rappresentante di una birra relativamente nota nel panorama italiano. Si è presentato con la massima cortesia, annunciandosi però come venditore di birra artigianale. Purtroppo il prodotto da lui rappresentato aveva ben poco di artigianale?
Dopo qualche chiacchiera di rito il tizio si lasciava prendere da uno slancio di sincerità confessandomi: “Ho fatto un corso in azienda e mi hanno detto di proporre assolutamente come artigianale la loro birra”. Se proprio vogliamo fare i pignoli trattasi di frode, volendola chiamare in altro modo rimane semplicemente una “strategia commerciale” costantemente ripetuta.Non c’è niente di meglio infatti di un territorio estremamente fertile per seminare i propri raccolti e il più delle volte si realizza il massimo del raccolto col minimo sforzo. Questo perché la birra è apparentemente un prodotto non impegnativo e di facile fruibilità; come già detto è un prodotto la cui enorme diffusione va di pari passo con l’ignoranza delle sue potenzialità. Ciò ha permesso nel mondo la diffusione delle semplici birre a bassa fermentazione, appiattite dalla pastorizzazione e canalizzate in un’uniformità di gusto. Appena si esce in ambito commerciale con qualcosa di nuovo e fortunatamente vincente si corre il rischio di creare un trend, con le grandi aziende di cui sopra che adattano la loro produzione alle nuove richieste di mercato, cercando però di omologarlo alle loro esigenze di ricavi di produzione. Quando si ha un potere economico è facile indirizzare la massa verso la propria direzione con astuti progetti di marketing. Se poi si lavora in un territorio dalle enormi potenzialità economiche ma di scarsa cognizione allora il giochino risulta ancora più semplice da attuare. Quando “qualcuno” ha scoperto la differenza enorme che esiste fra una birra artigianale e una industriale, ha immesso nel mercato una “possibilità di scelta” per il cliente, che per la prima volta si trovava a provare un piacere VERO per il proprio palato. Golia doveva prendere le sue contromisure per non farsi abbattere dal piccolo Davide, ed ecco che le grosse industrie hanno iniziato a riempire i propri cataloghi (e i loro rappresentanti) con parole come “artigianale” o la più efficace “crudo” al posto di un troppo tecnico “non pastorizzato” (comporterebbe da parte dei gestori un elemento di spiegazione in più e al cliente fa simpatia bere una birra “cruda”, pare un prosciutto). Acquisizioni da parte di multinazionali di piccole aziende non fanno altro che tentare nuovamente di uniformare il mercato, sapendo bene che lavorare birre non pastorizzate è molto diverso e dispendioso dal lavorare i soliti prodotti surrogati… Lo sanno, ma lo sanno in pochi. Diventa purtroppo molto difficile da parte del buon consumatore sapersi orientare in un mercato inquinato, predisporrebbe una cultura birraria che è molto difficile da trovare. La curiosità ci viene incontro come sempre e l’appassionato che inizia solo ora a degustare le potenzialità di una birra non si deve assolutamente fermare al primo prodotto a lui gradito. E’ importante capire qual è il proprio stile preferito, curiosare altrove per testare sempre di più il proprio palato. Per esempio la Hoegaarden è la blanche più conosciuta ai più, ma quanti sanno che sotto di essa si annidano una serie infinita di birre dello stesso stile nella maggior parte più intense e complete nel gusto? Provare per credere, diceva qualcuno, e allora proviamo se non altro a “vagare” per allargare i nostri orizzonti gustativi. E’ la solita possibilità di scelta che ci viene tolta, basta aver pazienza per non trovarci schiavi del mercato.
Tappatevi le orecchie e fate funzionare il palato.

Manuele Colonna