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Destinazione birra: tirando le somme

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Dopo aver girato l’Europa in cerca di qualche novità birraria, torniamo a casa nostra per una piccola riflessione su cosa ci sta portando il “fenomeno” delle birre artigianali.

Non è tutto oro ciò che luccica, tanto per usare frasi fatte, e così dietro al boom commerciale di questo tipo di prodotti si nasconde qualche piccola negatività che credo sia giusto portare a galla e quanto meno analizzare.
In Italia la proliferazione di birrifici artigianali è ormai dilagante, parecchi imprenditori con il fiuto degli affari si sono improvvisati Mastri Birrai con alle volte risultati ai limiti della decenza, c’è stato quindi un aumento dell’offerta, ma con un conseguente crollo della qualità. Come organo di controllo alcuni birrai, sotto la guida del Maestro Teo Musso (birraio della Baladin), si sono riuniti in un consoezio chiamato “Consobir”, che si prefigge come scopo primario il controllo della qualità del prodotto stabilendo rigide regole di produzione, arrivando a quella che tutti sperano sia la nascita di una birra completamente italiana nelle materie prime (malti e luppoli sono generalmente acquistati all’estero). Ben venga questa iniziativa, serve infatti una “guida” soprattutto per il consumatore, in un momento in cui visto l’elevato potere economico è facile ricevere informazioni confuse e errate da parte di chi attraverso la birra vede un facile guadagno.
Andiamo a analizzare ora come può essere la consapevolezza del consumatore medio in merito al prodotto “birra artigianale”.?Parecchi birrai seguono la filosofia di Teo Musso, improntata principalmente alla diffusione delle sue birre nel settore dell?alta ristorazione, non ci sarebbe nulla di male, ma: le birre vengono proposte in locali dove spesso e volentieri serve un conto in banca adeguato al momento del conto, dove purtroppo la preparazione in merito del proprietario e quindi dei dipendenti di sala non è al pari livello di quella sul cibo proposto e sulla carta dei vini e quindi oltretutto al cliente vengono date informazioni non precise sul prodotto ordinato. Per esempio molti ottimi ristoranti hanno una cura e una presentazione maniacale per la loro carta dei vini, ultimamente vista la “moda” della birra sono spesso affiancate liste di birre in bottiglia senza però conoscenza del prodotto da parte di chi le serve e senza criterio di scelta, criterio che spesso appartiene al distributore?Ecco che quindi ci troviamo davanti a delle bottiglie dal costo spropositato, senza il minimo supporto di informazione e spesso qualitativamente sopravvalutate, il consumatore quindi prenderà come riferimento birre che con la Qualità poco hanno a che fare (ovviamente non è il caso di Baladin o di altre artigianali italiane), imbambolati magari da due parole a “effetto” dette dal cameriere.
A chi non si può permettere di spendere 25euro per una bottiglia di birra rimane il pub?Sempre più preda del distributore che cerca di avere l’ovvio controllo sul prodotto venduto, parecchie ditte hanno listini pieni di birre “strane”, che tendono ad agire sulla curiosità del gestore.
Lavorare un prodotto artigianale spesso e volentieri significa trattare un prodotto non pastorizzato, non stabile quindi, e soggetto a cure che una normale birra industriale non ha. Bisogna quindi avere una buona conoscenza del prodotto per servirlo nel giusto modo e ciò comporta anche dei maggiori impegni economici, cosa che alle volte potrebbe scontrarsi con il naturale bisogno di un’azienda di abbattere i costi. Se non c’è l’adeguata cura di cui sopra potremmo trovarci di fronte a birre servite male, con evidenti difetti di sapore che anche al più profano consumatore farebbero storcere la bocca, con la conseguenza che quest?ultimo tornerà a tracannersi la sua più familiare SuperT.

Credo che la giusta promozione di un prodotto debba avere alle spalle l’adeguata sua consapevolezza, spesso e volentieri certe birre vengono accompagnate al cliente con parole sontuose e spesso incomprensibili per il consumatore prossimo alla bevuta, che non può far altro che prendere queste parole come dogma (“eh?se lo dice lui, lui si che ne capisce!!!), alle volte però chi serve queste birre non ne conosce nemmeno lo stile di provenienza e quindi si fa nuovamente cattiva informazione.

Come detto sempre tutti bevono una birra ma in pochissimi ne conoscono le differenze, cosa che non è necessaria o vitale (la birra è e deve rimanere un prodotto socializzante, è sbagliato riempirla di intellettualismi o usarla per sparare minchiate alla “so’ er più figo der reame”), è giusta la curiosità verso un prodotto che sta assumendo negli anni una veste nuova, ma bisogna fare attenzione a tutti gli squaletti che si muovono nell’azzurro mare. Credo sia sacrosanto dare insieme alla birra la GIUSTA informazione su ciò che si sta bevendo, lasciando al consumatore la scelta se farla propria o meno, per poi approfondire un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto. 

Manuele Colonna