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Gli infedeli

Oltraggioso, scorretto, osceno ma soprattutto mascolinamente caporettiano.

“Gli infedeli” segna la disfatta dell’ideale del maschio: nessuna ritirata sul Piave, nessuna possibilità di rivincita, è una sconfitta netta e indiscutibile. In piedi, di profilo davanti a uno specchio, l’uomo contemporaneo guarda l’immagine riflessa, si compiace dei suoi pettorali, delle sue certezze, fatte di tradimenti e luoghi comuni. Alla sua scultorea bellezza tutto è consentito e tutto è giustificato: la crisi economica, la famiglia, la perdita del desiderio, sulle sue possenti spalle grava un mondo sopportabile solo tramite l’extraconiugalità. “L’amore eterno non esiste”, “il tradimento fa bene alla coppia”, “l’uomo è cacciatore, la donna è preda” sono gli artifici dell’artificiale: la retorica da scappatella è la leva che tiene in equilibrio tutti i pesi della contemporaneità. Eppure quando l’occhio torna su quell’immagine riflessa e scende poco sotto, l’artificiosa pettoralità crolla. Dal profilo emerge una prepotente protuberanza: è lei, è la pancia. La mano la tocca e la smuove: ingombrante, ripugnante, disagiante. Il tatto non mente: non è la pancia, è la realtà. L’uomo crolla sotto il suo peso. Animalesco, istintivo, incapace di prendersi le proprie responsabilità. “Gli infedeli” sono tali rispetto alle proprie compagne e alle proprie esistenze. A Caporetto non ci sono solo perdenti ma anche vincitori: la donna, tradita ed usata, trionfa. Superiore, indipendente, padrona. Nel 1966 James Brown cantava “It’s a Man’s Man’s Man’s World”. Non è più così.

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Titolo originale: Les Infedèles
Regia: Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtes, Jean Dujardin, Michel Hazanavicius, Èric Lartigau, Gilles Lellouche
Sceneggiatura: Nicolas Bedos, Jean Dujardin, Gilles Lellouche
Interpreti: Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Violette Blankaert, Bastien Bouillon, Guillaume Canet, Célestin Chapelain, Aina Clotet, Priscilla de Laforcade

(FRA 2012)

Simone Dell’Unto

 

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