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La rivoluzione democratica di Piero Gobetti

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A 119 anni dalla nascita di Piero Gobetti, è sempre vivace il dibattito tra gli studiosi sul giovane intellettuale liberale morto ad appena 25 anni dopo essere fuggito in Francia per difendersi, purtroppo invano, dalle persecuzioni del regime fascista. Su un elemento tutti concordano: Gobetti non è un’anima bella di hegeliana memoria, ma è il combattente che partecipa pienamente, “l’adolescente scarruffato e occhialuto, di costituzione molto fragile eppure con in corpo un’energia diabolica”, secondo l’efficace definizione del premio Nobel Eugenio Montale.

Gobetti e Rosselli, due rami della stessa pianta

Lo storico Paolo Bagnoli ha scritto recentemente che “il liberalismo gobettiano giustifica una concezione etica della politica e della storia perché, se si vive la storia con intenzione volontaristica di realizzare certi valori positivi, allora anche gli esiti avranno una cifra etica”. L’espressione ‘rivoluzione democratica’ accomuna Gobetti e Carlo Rosselli perché, grazie anche ad altri innesti ideali, porta alla nascita del Partito d’Azione. I due intellettuali vogliono attuare una palingenesi attraverso cui Gobetti intende rifondare il liberalismo post-risorgimentale, mentre Rosselli mira a fare la stessa operazione con il socialismo degli anni Venti-Trenta. L’opera di Bagnoli tocca vari aspetti, tra cui le riserve critiche di autori come Galli Della Loggia, Veneziani, Cofrancesco, Gervasoni, che lo storico cita, rispondendo a ciascuno nel merito. Gobetti succube del pensiero di Gramsci e del nascente Partito Comunista Italiano? Un semplice testimone morale? Un illuso? Bagnoli confuta le tesi critiche, convenendo con lo stesso Gobetti, che la rivoluzione non debba sempre inevitabilmente portare al totalitarismo.

I carteggi con Togliatti

L’inizio dei rapporti non è facile, anche perché Togliatti in un primo momento insulta pubblicamente l’intellettuale torinese definendolo “parassita della cultura”, che si atteggia a “predicatore del rinnovamento morale del mondo”. E non può essere altrimenti per un liberale e un marxista che divergono in tutto tranne per quel tratto di “cinismo misto a inquietudine” che Gobetti vede nell’avversario e anche in sé stesso. A rimettere le cose a posto interviene la dura realtà, siamo infatti nel 1925 e il potere di Mussolini mostra ormai il suo volto più brutale, rafforzato dalle leggi fascistissime. Gobetti ha già fondato tre riviste ma soprattutto dirige la casa editrice sua omonima il cui motto prende spunto da Vittorio Alfieri: “Che ho a che fare io con gli schiavi?”. Un’opposizione al regime pagata sulla propria pelle, tra arresti ed aggressioni di squadracce fasciste che minano ogni volta di più la sua salute. E’ questo l’editore ribelle a cui ora si rivolge il politico marxista con toni rispettosi e non più di superiorità morale. Dalle lettere uscite pochi anni fa dal Fondo Gobetti e pubblicate dalla rivista Critica Liberale emerge la richiesta del capo comunista all’editore di liberale di pubblicare la traduzione italiana di un rapporto del sindacato inglese sulle condizioni della nuova Russia. Nel catalogo non c’è traccia della risposta, ma il rapporto tra i due dimostra perché in Italia il rispetto reciproco tra pensiero liberale e tradizione marxista non è mai venuto meno.

Un liberale “sui generis”

Perché Gobetti è un’icona antifascista che resiste nel tempo? Forse perché eternamente giovane e irripetibile nella sua radicalità morale e nell’impasto di ragione e sentimento? Forse perché ancora capace di incidere sull’immaginario dei ragazzi ispirando romanzi e dialoghi immaginari sulla sua insaziabile volontà di vivere? Come ha scritto Giuseppe Crifò, “l’Italia pulita di Gobetti ha trovato in lui uno storico della coscienza morale e un assertore del concetto sociologico di élite che si impone sfruttando una rete di interessi e di condizioni psicologiche contro vecchi dirigenti che hanno esaurito la loro funzione. Un liberale “sui generis”, che ha contestato fieramente lo Stato liberale? Sicuramente un pensatore coerente dell’idea di libertà, che nell’attuale tramonto delle ideologie, che non significa tramonto dei valori e degli ideali, mantiene viva la memoria di Gobetti in tutti gli italiani”. Chi è interessato ad approfondire può leggere: Paolo Bagnoli Il futuro di Piero Gobetti Scritti storico-critici Centro Studi Piemontesi; Critica Liberale diretta da Enzo Marzo Edizioni Dedalo; Paolo Di Paolo Mandami tanta vita, Feltrinelli; Giuseppe Crifò Piero Gobetti e la liberaldemocrazia Edizioni Interlibro.

Andrea Ugolini