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C’è sempre un “Lupo di verità”

Secondo quanto narrato dalla leggenda, la nascita della città di Roma sarebbe avvenuta grazie all’intervento di un esemplare di lupa, che trovò i due gemelli Romolo e Remo, futuri eroi del mito.

La figura della lupa arriva fino a noi attraverso monete e testi antichi, ma anche tramite quei monumenti che tutt’oggi sono uno dei simboli di Roma tra i più conosciuti al mondo, come la statua bronzea della Lupa Capitolina, o la grotta del Lupercale.

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Queste testimonianze ci danno l’idea dell’importante legame che si andò a creare tra questa figura e la città di Roma, un legame che attraversa la storia e arriva sino ai giorni nostri, come se la sua nascita sia dovuta all’intervento di questo animale, che grazie al suo istinto ha permesso la sopravvivenza dei gemelli. Non possiamo però sapere fin dove si spinge il mito, con le sue narrazioni epiche e dove inizia effettivamente la storia, quella che noi conosciamo attraverso le testimonianze archeologiche.

Certamente è esistito il lupo di cui parleremo, che appartiene ad un’epoca ancora più antica e lontana della nascita della Città Eterna.

Un esemplare di Canis lupus ha vissuto circa 400.000 anni fa, durante il periodo del Pleistocene medio. Tutto ciò che è arrivato fino a noi consiste in un cranio fossile composto da 4 frammenti di diverse dimensioni, il più grande e antico reperto fossile di canide lupo finora conosciuto in Europa. I precedenti ritrovamenti risalgono a circa 300.000 anni fa, scoperti in Francia e Italia.

L’esemplare è stato recuperato tra gli anni ’70 e ’80 nel quartiere sud-ovest di Ponte Galeria, sito già noto alla paleontologia laziale per via dei molti rinvenimenti nel campo della biocronologia e paleoecologia del Pleistocene medio. Anche detto Gaveriano, in questo periodo e in questa zona sono note diverse località fossili ampiamente documentate con esemplari di proboscidi, ippopotami, cervidi, bovidi e più scarsa invece è la presenza di carnivori. La scoperta del fossile è avvenuta senza poter usufruire di una corretta metodologia di recupero dei dati paleontologici e ad oggi sono sconosciuti l’esatta ubicazione e la posizione stratigrafica del reperto.

Con le nuove tecnologie si sono però potute ricavare ulteriori informazioni dal resto fossile attraverso analisi tra cui Tac e scansione 3D, con cui è stato effettuato un restauro digitale, così da permettere una maggiore comprensione del frammento osseo.

Vengono affrontate anche delle nuove analisi di comparazione dell’esemplare, effettuate con altre specie di canidi preistorici, e con la specie attualmente vivente, riscontrando una corporatura più robusta e delle dimensioni più grandi rispetto alla specie più antica Canis mosbachenis, ma molto simile a quella che oggi vive nei nostri territori.

Parte della superficie del fossile era caratterizzata da un’incrostazione di matrice vulcanica, precisamente pomice, da ricollegare alle eruzioni di Vico, oggi lago vulcanico, successivamente rimossa dai restauratori.

L’aggiornamento dell’analisi del fossile è stato realizzato dal gruppo di paleontologi e geologi del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università statale di Milano.

I frammenti rinvenuti sono preziosi per poter ricostruire quella che è la conoscenza accademica sulla specie di Canis lupus. I ricercatori si augurano in futuro di poter esaminare altri reperti per poter incrementare quella che è la nostra attuale conoscenza in materia di evoluzione e diffusione di questa specie sul nostro territorio e in Europa. E soprattutto per capire meglio quanta realtà storica è contenuta nei miti che i nostri antenati hanno fatto arrivare fino a noi.

Ilaria Ambroselli

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