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Sono “diplomatici” questi romani

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“Eh sai… l’antico impero romano…” è una frase che, pronunciata o sentita dire, evoca spesso nelle persone il senso di una grande potenza militare e geo-politica. Eppure chi conosce la storia antica sa che l’espansione romana durante il periodo imperiale è stata possibile solamente grazie all’apparato organizzativo del periodo repubblicano.

Durante il regno di Gaio Giulio Cesare, defunto nel 44 a.C., questi aveva la speranza di accentrare il potere nelle mani di un singolo individuo per contrastare la corruzione dei ricchi senatori con alcune modifiche legislative; progetto che venne realizzato solo dal suo successore Ottaviano Augusto.

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Ottaviano governò fino ai primi anni dopo la morte di Cristo e permise l’ascesa degli imperatori romani che si succedettero o per discendenza di sangue oppure perché acclamati dal popolo, come alcuni generali delle legioni. Nell’età repubblicana e anche in quella imperiale l’organizzazione e le capacità militari romane erano equiparabili a quelle edili e diplomatiche. La grande espansione di Roma si deve quindi non solo alle conquiste belliche, ma anche alla costruzione di strade che permettevano alle truppe di muoversi e alle delegazioni di ambasciatori di giungere o lasciare Roma in totale tranquillità. Per esempio Tito Livio, storico romano morto nel 17 d.C., esalta le virtù della Repubblica romana nel suo testo Ab Urbe Condita, dove spiega l’importanza della diplomazia. Ricordiamo ad esempio uno dei primi momenti salienti della storia diplomatica romana: il trattato Foedus Cassianum fu firmato dal console Spurio Cassio Vecellino nel 493 a.C. con i Latini, il cui incontro è avvenuto ai piedi del monte Tuscolo nell’attuale città di Frascati. Successivamente l ́attenzione dei romani si rivolse ai Sanniti: per soccorrere la città di Capua dal loro attacco. Dopo ben tre guerre durate circa 50 anni, la vittoria fu dei Romani. Durante la seconda guerra sannita ci furono una miriade di vittorie romane sia in campo aperto che durante gli assedi di città di grande importanza strategica, tanto che a Roma venne stilato il trattato di pace dai due consoli Publio Sempronio Sofo e Publio Sulpicio Saverrione nel 304 a.C. su richiesta dei Sanniti stessi, ormai decimati. Questo ed altri episodi, come le famose guerre contro Cartagine, mostrano come il fine ultimo dei Romani non fosse conquistare portando la guerra ma utilizzando mezzi più subdoli: i trattati di pace infatti spesso non era equi, con tutti i vantaggi per la Repubblica e quasi nulla per il popolo appena assoggettato. Questa alleanza tra due soci (dal latino, alleati) vedeva la popolazione sconfitta dai romani diventare civitas sine suffragio, ovvero cittadini romani ma senza diritto di voto. Questi erano alcuni esempi di accordi tra i romani e le popolazioni straniere, ma come funzionava la macchina burocratica legata all’ospitalità dei delegati, che fossero alleati o nemici? Se i diplomatici erano mandati da un popolo alleato potevano varcare le sacre mura ed entrare nell’ Urbe. Contrariamente, se i legati stranieri in visita a Roma erano nemici venivano ospitati in una villa poco distante dal pomerium (o poemerium, i territori fuori le sacre mura) e ricevuti nel tempio di Bellona. Queste delegazioni discutevano col Senato il quale poteva dare responso positivo offrendo doni, oppure, se l’esito del dialogo era negativo i diplomatici venivano scortati fuori dai confini dell’Impero. Se il tempo concesso per allontanarsi non veniva rispettato, ai legati veniva disconosciuta l’immunità diplomatica: possiamo quindi affermare che i romani repubblicani furono tra i maggiori promotori della celeberrima frase: “Ambasciator non porta pena”.

Veronica Loscrì

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