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Vacanze romane in nave sul lago

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Prima del novecento erano tanti i misteri e le leggende che riguardavano i laghi dei Colli Albani appartenenti al territorio dei Castelli Romani: quello di Albano, più grande, e quello di Nemi, di dimensioni più ridotte.

Entrambi i laghi hanno origine vulcanica e fanno parte dall’area del Latium Vetus, che si estende dal territorio degli etruschi a nord, fino alla zona del monte Circeo a sud, e questo fu il nucleo centrale d’espansione da cui Roma conquistò gran parte del mondo fino ad allora conosciuto. Solo nel primo quarto dello scorso secolo un intervento congiunto di archeologi, ingegneri e macchinisti riuscì a far emergere, dalle acque del Lago di Nemi, due colossi dell’ingegneria navale romana.

Chi fece costruire queste navi, e perché se ne perse memoria?

Sin dal II secolo d.C. iniziarono a circolare delle leggende di gigantesche navi sul fondo del Lago e di bellissimi tesori che puntualmente si incagliavano nelle reti dei pescatori, senza considerare che proprio i terreni attorno al Lago di Nemi erano considerati sacri alla dea Diana Nemorense per la quale era stato costruito un grande tempio da prima della nascita di Cristo; inoltre quest’area era frequentata per celebrare riti sacri già dalla preistoria.

Tornando ad un’epoca più recente, sveliamo a quale imperatore è attribuita la volontà di costruire queste navi: il terzo imperatore romano Caligola, forse l’imperatore più singolare di tutto il panorama imperiale. Dopo un primo periodo florido e di ottime decisioni politiche, Caligola iniziò a soffrire di squilibri mentali che lo portarono ad una vita di eccessi, di comportamenti estremamente eccentrici e di tremende decisioni politiche, tanto che il Senato si organizzò per assassinarlo nel 41 d.C.

Nei quattro anni durante i quali Caligola detenne il potere pretese la costruzione di ben due navi gigantesche che fluttuassero sullo specchio di Nemi: queste erano una nave con un tempio, ed una seconda che ospitava una struttura abitativa. Erano state costruite per rendere le celebrazioni in onore di Diana ancora più sfarzose e divertenti, proprio per soddisfare l’eccentricità dell’imperatore. Entrambe le navi erano lunghe circa settanta metri e larghe non meno di venti metri, le strutture erano curate dalla scelta dei materiali, come il marmo e gli elementi murari, le tegole, le decorazioni interne, i mosaici, gli abbellimenti esterni della nave in bronzo, rame ed oro.

L’ attività di recupero vide un primo impegno già dal XV secolo, perlustrando il fondale e recuperando alcuni importanti reperti che permisero la datazione delle navi, e ancora dal XIX secolo iniziarono invece le esplorazioni con campane subacquee e l’impiego di palombari. Tutto questo ha portato poi nel 1932 l’uso di grandi idrovore per aspirare l’acqua, riversarla nell’emissario (costruito dai latini, precedentemente l’epoca romana) abbassando il livello del lago fino a totale emersione dei resti delle navi.

Nel momento del recupero, le navi erano parzialmente conservate nello scheletro e sono stati riportati alla luce tanti oggetti di grande interesse archeologico, eppure oggigiorno, se aveste la possibilità di visitare il museo, lo trovereste vuoto, o comunque con solo alcuni reperti e dei modelli in miniatura: nel 1944, durante la fase finale della seconda guerra mondiale, infatti, venne appiccato un incendio da cui si salvarono solo alcune parti in piombo.

La parte più divertente dell’intera faccenda risale alla morte dell’imperatore Caligola: fu un imperatore talmente odiato che si cercarono di cancellare molte tracce delle sue volontà che portarono alla realizzazione di opere folli e che beffeggiavano l’intero popolo romano, per questo furono affondate le navi. L’intento finale fu esattamente quello di rimuovere e disconoscere un imperatore e il suo operato, tanto che la storia divenne leggenda.

Veronica Loscrì