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Calcutta – Mainstream

Ho risentito il disco questa mattina e proprio per questo senso di malinconia è ancora una bomba. Sono passati gli anni migliori, quelli prima della pandemia, mentre quello che resta è un orizzonte incerto. Mainstream mi ricorda l’epoca d’oro del Pigneto dove non ci stava nulla da invidiare all’hype di Berlino Est. Anzi. DalVerme, il locale che ha fatto grande un giovanissimo Calcutta, era un posto fichissimo. Il locale era questo: sopra il bar dove ubriacarsi di chiacchiere e Gin Tonic, sotto, nello “scantinato”, la sala concerti. Tra live Indie e serate Tekno tanta gente è passata da lì sotto. A Roma Est ha circolato il meglio della scena romana e Mainstream si canta ancora a squarciagola. Pop raffinato in cui le frasi senza senso come “Pesaro è una donna intelligente?” diventano poesia. Calcutta ha avuto il merito indiscusso di aver riportato la scena romana al centro del Paese. DalVerme, Il Fanfulla, Marmo, il K party o l’Ex Dogana, ci sono passati tutti i cantanti che oggi collezionano dischi d’oro. Nessuno escluso. Mainstream è una bomba l’ho già detto? Prendi il tuo scooter, metti le cuffie e spingi play. Imbocca la tangenziale est fino a San Giovanni e, sorvolando San Lorenzo, commuoviti, strilla e canta ancora più forte. Il mondo di ieri è terminato. Come Philip K. Dick, nel libro “La svastica sul sole”, con l’orologio di Topolino voleva tenerci aggrappati ad un passato nostalgico e vitale, mentre il presente ci veniva tolto da sotto i piedi con orrore, il disco di Calcutta assume lo stesso significato necessario per sopravvivere. Con Mainstream, ogni volta, si vola indietro a quelle sere dove fare casino, volerci bene e scomparire in un abbraccio. Grazie.

Riccardo Davoli

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