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Il pianoforte – prima parte

Primo appuntamento con la storia degli strumenti musicali, non potevamo non partire dal pianoforte

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Questo viaggio nella storia degli strumenti musicali, in compagnia del Maestro Mario Grandinetti della scuola di Musica Artitalia alla Montagnola, non poteva che partire con la storia e la meccanica del pianoforte.

Il pianoforte è uno strumento musicale a corde percosse mediante martelletti, azionati da una tastiera.

L’origine del termine è italiana ed è riferita alla possibilità di suonare note a volumi diversi in base al tocco, effetto non ottenibile in strumenti a tastiera precedenti, quali il clavicembalo.

La tastiera è di norma composta da 88 tati, 52 bianchi e 36 neri. I bianchi rappresentano le note: do, re, mi, fa, sol, la e si. I neri individuano generalmente le alterazioni (note bemolli o diesis). Il pianoforte è il più diffuso strumento appartenente ai cordofoni a corde percosse; altri membri sono il clavicordo, oggi utilizzato prevalentemente per l’esecuzione filologica della musica d’epoca, e il fortepiano, progenitore del pianoforte.

Il suono può essere modificato anche mediante pedali (solitamente tre), che azionano particolari meccanismi. In un moderno pianoforte a coda troviamo, da sinistra a destra, l’una corda, il tonale e quello di risonanza. Nei pianoforti verticali il pedale centrale aziona la sordina, che frappone una striscia di feltro fra le corde e i martelli per attutite il suono. Solo il primo e il terzo pedale sono presenti su tutti i pianoforti.

IL primo modello di pianoforte fu messo a punto in Italia da Bartolomeo Cristofori, padovano cittadino della Repubblica di Venezia alla corte fiorentina di Cosimo III de’ Medici, a partire dal 1698. Era un ‘gravicembalo col piano e forte’, chiamato verso la fine del Settecento con il nome pianoforte e anche fortepiano (come risulta dalle locandine coeve dei concerti di Beethoven e altri grandi compositori dell’epoca in cui il pianoforte andò affermandosi). La novità era l’applicazione di una martelliera al clavicembalo. L’idea di Cristofori era di creare un clavicembalo con possibilità dinamiche controllabili dall’esecutore; nel clavicembalo, infatti, le corde pizzicate non permettono di controllare la dinamica (anche per questo pianoforte e clavicembalo non appartengono alla stessa sottofamiglia). Il pianoforte in Italia fu apprezzato soprattutto dal compositore Benedetto Marcello.

L’idea molti anni dopo si diffuse in Germania, dove il costruttore di organi Gottfried Silbermann nel 1726 ricostruì una copia esatta del pianoforte di Cristofori e la sottopose al parere di Johan Sebastian Bach, che ne diede un giudizio fortemente critico; successivamente, probabilmente a seguito dei miglioramenti tecnici apportati da Silbermann, Bach favorì la vendita di alcuni pianoforti del costruttore, come risulta da un vero e proprio contratto di intermediazione firmato nel 1749. I pianoforti di Silbermann piacquero molto a Federico II di Prussia che ne comprò sette per 700 talleri (secondo la testimonianza di Johann Nikolaus Forkel, Federico acquistò negli anni più di 15 pianoforti da Silberman).

Nel 1739 un allievo di Cristofori, Domenico Del Mela, concepì e costruì il primo modello di pianoforte verticale, usando come modello il clavicytherium e seguendo le idee e i progetti del proprio maestro. La cassa, posta al di sopra della tastiera, è modellata in modo da non seguire la curva del ponticello; si allarga verso l’esterno in prossimità della sua parte superiore, conferendo al pianoforte una forma a giraffa. Nel 1928 il pianoforte fu ceduto da Ugo Del Mela, discendente dell’inventore, al Conservatorio Luigi Cherubini ed è conservato presso il museo degli strumenti musicali di Firenze.

Nel frattempo nella bottega di Gottfried Silbermann si formò Johann Andreas Stein che, dopo essersi reso indipendente, perfezionò ad Augusta, in un proprio stabilimento, i sistemi dello scappamento e degli smorzatori. Nel 1777 ricevette la visita di Wolfgang Amadeus Mozart, entusiasta delle infinite possibilità espressive dello strumento. I figli di Stein si trasferirono a Vienna, dove crearono una fabbrica di pianoforti.

In Italia, tra quelli che si dedicarono alla costruzione dei pianoforti (in precedenza tutti costruttori di clavicembali) nel periodo napoleonico e della Restaurazione, fu degna di fama la famiglia Cresci, di origine pisana, trasferitasi nella seconda metà del Settecento a Livorno. Il musicologo Carlo Gervasoni, nella sua Nuova teoria di musica ricavata dall’odierna pratica, ossia (…) del 1812, menziona i pianoforti Cresci come paragonabili in qualità e sonorità agli Érard francesi, che andavano per la maggiore a Parigi ed erano molto apprezzati da Franz Liszt.

La meccanica dei Cresci era di tipo viennese, cioè del tipo di pianoforti di Joseph Böhm, Conraf Graf e Johann Schantz. La scuola viennese era la più importante tra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell’Ottocento.

Non fu un caso che Mozart, Beethoven, Haydn, tutti legati a Vienna, sviluppassero per primi le incredibili potenzialità del nuovo strumento. Quello che frenava la diffusione del pianoforte nascente era il suo altissimo costo, per cui esso ancdò affermandosi solo nelle corti reali, nei palazzi governativi e nei saloni delle principali famiglie nobili. Inoltre il suo livello sonoro non era neppure paragonabile all’attuale e questo permetteva il suo uso solo in salotti o saloni di dimensioni relativamente contenute.

Leggi la seconda parte della storia del pianoforte

Mario Grandinetti

Scuola di Musica Artitalia

Via Fontanellato 70, Roma