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La Regione Lazio non molla: no alle scorie nucleari sul territorio regionale

Assessora Lombardi: “Deposito nazionale di scorie nucleari nel viterbese è ipotesi senza senso”

VITERBO – Prosegue il pressing della Regione Lazio sul Governo per sottolineare come il territorio regionale sia inadeguato ad ospitare un deposito nazionale di scorie nucleari.

LA CARTA DELLE AREE

Nel gennaio scorso è stata resa nota la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), il progetto preliminare per la realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, che permetterà di sistemare in via definitiva i rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività. Sono 67 luoghi potenzialmente idonei (su 7 regioni) sui quali verrà avviato un dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere.

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LE AREE SELEZIONATE NEL LAZIO

Nel Lazio dopo la pubblicazione della Carta Nazionale è iniziata a crescere la preoccupazione. Questo perché ben 22 dei siti identificati sul territorio nazionale sono all’interno del perimetro regionale. Più precisamente fanno tutti capo alla Provincia di Viterbo. Dalla Regione Lazio hanno fin da subito manifestato l’impossibilità di ospitare il Deposito Nazionale nella Tuscia. In particolare nei mesi scorsi è stato spiegato come territorio regionale, infatti, presenta già un quadro fortemente impattante legato all’inquinamento nucleare di origine industriale e medica.

I LUOGI A RISCHIO

Il Lazio viene considerato inidoneo dai vertici regionali per la grande quantità di aree a rischio già presenti. Questa regione ospita la ex centrale nucleare di Borgo Sabotino, in provincia di Latina, oltre al Centro Ricerche dell’Enea Casaccia, nel Comune di Roma, dove sono custoditi i rifiuti speciali ospedalieri e vengono svolte attività di ricerca. In provincia di Viterbo, inoltre, è presente anche la centrale di Montalto di Castro, progettata e costruita nei primi anni 80 con due reattori nucleari e poi riconvertita in centrale termoelettrica dopo il referendum del 1987 con cui l’Italia abbandonò il nucleare. “Il territorio della Tuscia, pertanto, ospita già impianti ad alto impatto ambientale verso i quali è necessario invertire la rotta, avviando una seria riflessione sulla loro riconversione ecologica” dichiara Roberta Lombardi, assessora alla Transizione Ecologica e alla Trasformazione Digitale della Regione Lazio.

LA CONTRARIETÀ DELLA REGIONE

L’assessora Lombardi ha poi aggiunto: “Ribadiamo che il deposito nazionale di scorie nucleari nei Comuni del viterbese è un’ipotesi senza senso sia da un punto di vista strategico, vista la mancanza di infrastrutture viarie adeguate per servire un simile impianto, sia per le caratteristiche ambientali, archeologiche e turistiche della Tuscia, che sono incompatibili con la realizzazione del deposito nazionale di scorie nucleari”. La Lombardi ha infatti citato la presenza del sito Unesco rappresentato dall’acropoli etrusca del Comune di Tarquinia, oltre alle coltivazioni di prodotti agricoli di pregio, quali l’olio d’oliva DOP, l’asparago DOP del comprensorio del Comune di Canino, e la produzione di nocciole. “Come assessora alla Transizione Ecologica e alla Trasformazione Digitale confermo la posizione ripetutamente espressa dall’assessore regionale Massimiliano Valeriani, che pubblicamente e in riunioni con il Ministero dell’Ambiente e con le amministrazioni locali viterbesi ha espresso l’indisponibilità della Regione Lazio. Apprezziamo l’impegno del Governo, che sta lavorando per porre fine ai ritardi nella ricerca di un deposito nazionale per lo smaltimento delle scorie nucleari – conclude Lombardi – ma dichiaro la mia contrarietà a questa ipotesi e faremo tutto ciò che è di nostra competenza per scongiurare questo progetto”.

Red

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