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Can – Tago Mago

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can

Gli incontri più importanti della propria vita hanno spesso luogo secondo (il)logiche casuali. L’anima gemella, il lavoro della tua vita, il tuo migliore amico.

E il cantante perfetto per la tua band. Nel 1969 i Can, reduci dall’esordio di “Monster Movie”, vengono abbandonati dal cantante afroamericano Malcolm Mooney, partito alla volta degli Stati Uniti. L’incontro, che darà nuova linfa vitale alla band, tra Damo Suzuki – ex-busker dal timbro androgino che darà un notevole contributo per far entrare nella storia la band tedesca – ed il resto della band avviene per caso di fronte ad un caffè sorseggiato in un bar. I Can, nati dall’incontro tra il bassista Holger Czukay ed il tastierista Irmin Schmidt, allievi di Stockhausen, a cui si uniranno il batterista Jaki Liebezeit ed il chitarrista Michael Karoli, daranno vita con “Tago Mago” al loro sogno di creazione di una musica d’avanguardia, un fiorire di libere improvvisazioni intrise di folk, funk-rock e free-jazz, anticipando artisti quali Brian Eno, Talking Heads, Sonic Youth, Television. Capolavoro del cosiddetto kraut-rock, “Tago Mago” crea atmosfere apolidi e atemporali, riuscendo a generare luci e ombre che rimangono dentro all’animo dell’ascoltatore e che difficilmente egli riuscirà ad ignorare e a non ricercare nei propri successivi ascolti musicali: dalla gigantesca “Halleluwah” (diciotto minuti di groove ininterrotto, un funk che porta ad uno stato di assoluta trance) alla cupissima “Aumgn”, ipnotica, dal sapore esoterico e mistico, dove tastiere e violini tessono una trama spettrale, quasi horror fino a “Peking O”, dove assistiamo alla completa distruzione della “canzone” come la conosciamo, con continui cambi di tempo e divagazioni della voce senza alcun senso apparente. Da recuperare per scoprire uno dei più grandi capolavori della musica del XX secolo.

Flavio Talamonti

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