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Mellow gold – Beck

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Nel tredicesimo canto del Purgatorio, Dante Alighieri trova gli invidiosi, i quali sono condannati ad espiare il loro peccato attraverso una cecità forzata: le palpebre di queste anime, infatti, sono state cucite tra loro con del fil di ferro. Evitando di soffermarci su quanto non possiamo che dirci felici di come la macabra fantasia del Sommo Poeta si sia tradotta in endecasillabi e non in omicidi seriali, ci sentiamo in dovere di aggiungere che il nostro illustre connazionale ha scordato sicuramente di nominare un particolare tipo di invidiosi: quelli della musica degli altri. Presumibilmente condannati a tappi di sughero ricoperti di Coccoina nelle orecchie, l’invidioso della musica degli altri è comunemente rintracciabile tra i musicisti, tra gli ex-musicisti e tra coloro che scrivono di musica. Non è raro rintracciare questo particolare tipo di peccatore anche tra i normali fruitori di musica. All’uscita di “Mellow gold”, terzo album in studio di Beck, cantautore americano di culto nel circuito dell’alt-rock, il Purgatorio deve aver subito un sensibile aumento del numero degli invidiosi. Difatti, poco più che ventenne e dopo essersi fatto un nome nel circuito underground, Beck pubblica un album capolavoro, suonato quasi interamente da lui stesso, che contiene al suo interno influenze blues, folk, hip-hop, etniche, rock, indie, unite tra loro da un personalissimo stile già formato e definito, estremamente maturo sia per l’età dell’autore, che per il periodo storico. Beck sintetizza in dodici tracce (tra cui spicca la celeberrima “Loser”, diventata un vero e proprio inno generazionale) quasi cinquant’anni di musica, con una enorme musicalità mista a fortissima ironia che hanno per molti anni reso questo disco (e in generale la sua opera omnia) un unicum della musica internazionale.

Flavio Talamonti