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Falcone: una pietra miliare della ricerca della giustizia

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A vent’anni dalla strage di Capaci un ricordo per chi perse la vita nella lotta contro la mafia.


 

Poche settimane fa ascoltavo un’intervista ad Angelo Corbo, uno dei superstiti di Capaci, che sosteneva: “Una parte di me è morta insieme ai miei colleghi. Io mi sento colpevole perché sono rimasto vivo”. Le sue parole mi hanno sinceramente commosso. A vent’anni di distanza da una strage che ha segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese, non si riescono a dimenticare certe immagini che riaffiorano drammaticamente questi giorni in occasione degli anniversari.
Ricordo chiaramente quel giorno di maggio del 1992, l’edizione straordinaria del Tg1 che documentava l’esplosione con un impatto devastante. In quell’attentato, di portata ed efferatezza inaudita per la quantità di tritolo utilizzato, cinque quintali, nascosto sotto l’autostrada che va da Punta Raisi fino a Palermo, persero la vita il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre giovani agenti uomini della scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Come non si possono dimenticare le parole strazianti della vedova Schifani ai funerali di Stato quel 25 maggio del 1992 e il coro di quel mare di giovani che, sotto la pioggia battente, urlarono “Assassini, assassini” fuori le mura della chiesa di San Domenico.
Quelle urla, non scalfirono certamente le coscienze dei mafiosi, ma scrollarono senza dubbio quelle di una società fino ad allora ancora troppo inerme e omertosa di fronte al fenomeno Cosa Nostra.
La morte del giudice Falcone e le dinamiche di quella mattanza, che si reiterò soltanto 57 giorni dopo con la strage di Via d’Amelio, sono stati forse il più grande oltraggio alle Istituzioni e alla società civile da parte della criminalità organizzata che in quegli anni teneva sotto scacco in Sicilia la politica e gli affari non solo locali ma internazionali.
A distanza di vent’anni la mafia ha spezzato molte vite e ci ha privato di uomini del calibro di Falcone, che pagò con la vita la sua personale dichiarazione di guerra a Cosa Nostra, che nell’arco di un decennio, dalla fine degli anni Settanta all’inizio dei Novanta, divenne l’organizzazione criminale più influente del mondo, tanto da palesare apertamente il conflitto con lo Stato.

Le bombe del 23 maggio 1992 stroncarono l’immensa passione civile di un uomo, un magistrato brillante e innovativo che con il pool antimafia riformò radicalmente il metodo di indagine nella lotta a Cosa Nostra, ottenendo successi giudiziari epocali come il maxiprocesso che vide oltre 400 imputati e più di 300 condanne; ma non sono riuscite ad intaccare l’animus di questo grande uomo di Stato, il cui ricordo si alimenta e si alimenterà all’infinito in ognuno di noi e nelle generazioni a venire.

È solo così che in questo Paese sarà possibile far rivivere ancora i valori, difesi a costo della vita, da personaggi straordinari come il giudice Falcone e sarà possibile sostenere chi, come lui, ancora oggi, attraverso la legge, la politica, l’associazionismo, l’educazione e l’informazione si impegna per la difesa di quegli stessi ideali costantemente minacciati da una criminalità organizzata che si è radicata nel tessuto sociale, politico e imprenditoriale dell’Italia, al Sud come al Nord come al Centro.
Falcone non è dunque morto invano perché chiunque si trovi davanti ad un bivio per scegliere tra due strade, una tortuosa e accidentata, l’altra lineare e scontata, avrà sempre in mente la sua scelta esemplare, il coraggio di credere nelle idee e di portarle avanti, seppure scomode e rischiose.

Lui, che non è un martire ma piuttosto una pietra miliare della ricerca della giustizia, ci ha lasciato un’eredità inestimabile e noi tutti abbiamo nei suoi confronti un enorme debito di riconoscenza.
Lo scorso 23 maggio l’Aula Giulio Cesare ha voluto infatti omaggiarlo esponendo dei pannelli con uno dei suoi pensieri più belli e una sua foto.
Rimango perciò molto amareggiato nel leggere alcune testimonianze dei superstiti delle due stragi che denunciano di essere stati abbandonati dallo Stato, che si è dimenticato di loro quel maledetto 23 maggio del 1992. Questi sopravvissuti, possono essere forse scampati all’inferno del tritolo, ma continuano a viverlo ogni giorno, negli occhi e nel cuore, dopo vent’anni.
Giuseppe Costanza, Antonino Vullo, Paolo Capuzzo, Angelo Corbo, Gaspare Cervello non solo non sono stati considerati più idonei al lavoro che svolgevano, ma sono stati dimenticati negli uffici statali a svolgere mansioni dequalificanti e non all’altezza del ruolo che ricoprivano. Una realtà deprimente e mortificante per uomini abituati alla vita frenetica della scorta; uomini, che sono stati ingiustamente messi da parte da uno Stato che non li ha tutelati a dovere.

A loro, patrimonio dello stato il cui coraggio non può essere liquidato solo con una medaglia al valore e la cui unica colpa è quella di essere scampati alla morte, rivolgo oggi la più profonda stima.
Concludo con le parole, bellissime del caposcorta del giudice Falcone, Antonio Montanaro: “Chiunque fa questa attività, ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana”.