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Roma celebra i suoi trionfi

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Le tappe evolutive della cerimonia che rendeva immortali i generali. Roma celebra i suoi trionfi con una mostra al Colosseo che resterà aperta fino al 15 settembre 2008.

L’aspetto che forse colpisce di più il pubblico appassionato alla storia di Roma è proprio quello delle sue vicende militari, legate alle conquiste e al successo dei suoi generali. La scelta di ospitare al Colosseo la mostra è decisamente quella giusta. I più di cento pezzi esposti si inseriscono in una cornice di per se unica e coerente con il tema trattato. Basta affacciarsi sui lati dell’allestimento ed ecco apparire l’Arco di Costantino, il più grande arco conosciuto finora al mondo e accanto la via Sacra, l’asse preferenziale percorso dai cortei trionfanti che conduceva al  Foro Romano dove la folla stava impaziente ad attendere i suoi eroi con clamore e festeggiamenti. In questa rassegna che vuole ripercorre il concetto del trionfo, passando dagli Etruschi a Costantino, spiccano i nomi celebri dei protagonisti di quelli vicende militari, che con quelle imprese fecero grande il nome di Roma segnando anche l’evoluzione politica e militare della città fino farla diventare nel giro di poco la dominatrice del mediterraneo e la superpotenza dell’antichità. I rilievi, i fregi, le iscrizioni, le pitture, le statue e persino le monete riproducono le scene di battaglia e le cerimonie con cui i generali portavano prigionieri e bottino nelle casse dell’erario. Ecco allora apparire il busto di Cesare, che, già trionfatore nelle Gallie, celebrò nel 46 a.C. con quattro giorni di processioni la vittoria sui nemici vinti e i servigi appena resi alla Patria. Si sa che durante la processione il futuro dittatore si fece affiancare da ben settantadue littori, fatto inedito e senza precedenti allora tanto da suscitare grande clamore. Accanto a lui c’è Pompeo, prima alleato poi nemico, che celebrò anche lui il suo primo trionfo di ritorno dalla campagna in Africa nell’80 a.C. e a cui venne negato il permesso di attraversare la città con gli elefanti per l’impossibilità delle strutture urbanistiche di contenere un simile sfarzo. Anche Mario, l’homo novus della tradizione romana, che aveva vinto la Numidia e Giugurta nel 105 a.C., sfilò per le strade della città celebrando la vittoria e tanta fu l’enfasi del momento che si presentò nellla Curia vestito ancora con gli abiti da trionfatore. Le critiche in quell’occasione non si fecero aspettare. I trionfi di allora, si intende, erano ben diversi dalle proiezioni distorte prodotte in capolavori holliwoodiani come “Quo Vadis?” o “Antonio e Cleopatrra”. A dominare doveva essere più l’austerità congenita al popolo romano, soprattutto nei primi secoli della Repubblica. Certo le cose anche lì cambiarono con il tempo e l’accumulo di ricchezze e i trionfi stessi divennero più sfarzosi (decisiva fu la conquista della Grecia) tanto da accendere una competizione fra i generali per chi si metteva alla testa della processione più ricca e più bella. Dai pannelli che raffigurano il trionfo giudaico di Vespasiano e Tito del 71 d.C, ricaviamo alcune notizie su come dovevano essere ordinati i cortei in sfilata. C’erano solamente due file composte al massimo di tre personaggi per riga e le processioni dovevano essere più lunghe che larghe data la strettezza delle strade. I prigionieri e gli oggetti mostrati come prede belliche erano trasportati sulle ferculae, appositi baldacchini con cui si dava risalto al bottino e anche lustro a chi lo aveva conquistato. A Roma, tuttavia, soddisfare i requisiti per celebrare il trionfo era impresa forse ancora più difficile di quella stessa che si era appena compiuta. A pretenderlo infatti poteva essere solamente il magistrato con imperium che avesse ricevuto gli auspicia nel giorno della battaglia culminante. Inoltre non bastava solamente vincere ma anche che la detta vittoria sul campo consistesse in un ampliamento del territorio, che fosse maturata, dunque, all’interno di una campagna bellica contro nemici non romani. Anche il numero delle vittime era importante. Bisognava aver ucciso fra i cinquemila e i seimila nemici e si doveva riportare incolume l’esercito in patria. Ma attenti, le imprese non erano finite! Nonostante tutti questi accorgimenti e anche l’esito positivo della battaglia finale, il generale si poteva ancora veder negato il trionfo se avesse subito una grave sconfitta prima della vittoria conclusiva. L’esercito per fare in modo che il generale ottenesse il trionfo doveva proclamarlo imperator e a quel punto, dopo le rituali supplicationes, i riti con cui si ringraziavano gli dei, il Senato con decreto concedeva il meritato trionfo. Insomma, come dire, i meriti contavano, ma bisognava veramente sudarseli. La mostra è organizzata per pannelli espositivi in cui si evidenziano tutti i tipi di trionfo e l’evoluzione avuta nel tempo da questa cerimonia sia sul piano ideologico che politico. La rassegna presentata è di per sè un’opera di sintesi e accorpa insieme pezzi rari e mai prima d’ora riuniti insieme. L’affluenza di pubblico è stata altissima sin dai primissimi giorni. E’ questo forse il miglior trionfo per una mostra unica nel suo genere.

Stefano Lippera