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“Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945 – 1980”

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“Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945 – 1980” approda al Palazzo delle Esposizioni: inaugurata il 7 febbraio rimarrà allestita fino al 6 maggio.


L’obbiettivo è quello di illustrare gli snodi principali dello sviluppo dell’arte americana in un periodo di grandi trasformazioni nella storia degli Stati Uniti. Un’epoca segnata da prosperità economica, rivolgimenti politici e conflitti internazionali, oltre che da progressi sostanziali in ambito culturale. Prendendo le mosse dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, la mostra ha l’obbiettivo di far comprendere come l’arte si è sviluppata, da quando gli Stati Uniti si affermarono come centro globale dell’arte moderna, continuando poi con l’ascesa dell’Espressionismo astratto, iniziando ad attrarre l’attenzione internazionale su una cerchia di artisti attivi a New York. A partire da quel momento, nell’arte americana si assiste a una straordinaria proliferazione delle pratiche estetiche più diverse. Il percorso espositivo riflette inoltre l’evoluzione del Guggenheim, da vetrina dedicata alla pittura astratta europea a centro internazionale di riferimento per l’arte moderna e contemporanea. Uno sviluppo messo in particolare evidenza dalla presenza di opere decisive, come quelle di Jackson Pollock e Arshile Gorky appartenenti alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, e dello spettacolare Barge [Chiatta] (1962-63) di Robert Rauschenberg, dal Guggenheim Museum Bilbao. L’esposizione riunisce più di cinquanta nomi e quasi sessanta capolavori. Dipinti, istallazioni e fotografie, conducono lo spettatore in un’eclettica passeggiata dal fortissimo impatto emotivo e visuale. Si potrà ammirare l’inconscia arte dell’Espressionismo astratto della New York School a cui si contrappone l’irriverente e coloratissima Pop Art. La sobria e scarna monocromia del minimalismo .Le riflessioni sul concetto di arte che caratterizzarono il post-minimalismo e l’arte concettuale, ma anche le lucenti e patinate iconografie del fotorealismo. Tutto ciò rende il Palazzo delle Esposizioni simile ad uno scrigno che custodisce gelosamente il “grande sogno americano”. Terminata recentemente la mostra “Realismi Socialisti. Aleksandr Rod?enko”, il Palazzo delle Esposizioni inaugura il nuovo anno con un ulteriore sorprendente evento dal respiro internazionale .Viene mostrato un periodo all’insegna del desiderio di cambiamento, di rottura con le convenzioni e soprattutto con l’estetica dominante nella fase precedente. In questi anni l’America riuscì ad affermarsi come un influente centro dell’arte moderna, ed a conferire alla caotica New York il titolo di capitale dell’avanguardia. È questo l’ambito in cui operarono i due collezionisti Solomon R. Guggenheim e la nipote Peggy, ai quali va il merito di aver intuito quale sarebbe stato il verso in cui avrebbe spinto il vento della rivoluzione estetica, decidendo di promuovere innovative forme d’arte. Nelle prime due sale della mostra sono visibili Jackson Pollock, Mark Rothko e William Baziotes appartenenti a quella corrente dell’Espressionismo astratto che impone l’abbandono della logica e del rigore formale per abbracciare la tecnica surrealista dell’automatismo psichico, al fine di creare arte in assenza di una riflessione consapevole. Fa effetto trovarsi davanti all’ “Ocean Greyness” di Pollock, considerando che fu uno dei capolavori che allestirono le pareti dell’edificio progettato da Frank Lloyd Wright. “April Tune” di Kenneth Nolan e “Harran II” di Frank Stella, presenti nella terza sala e sorprendenti nella loro vivace semplicità, rappresentano invece un chiaro esperimento verso il ritorno agli elementi fondamentali della pittura , quali il colore, le linee, la forma e la campitura. A predominare nella quarta sala è invece una vera e propria esplosione, non soltanto di colori, ma anche di rossetti, chiodi e un enorme oggetto dalla lucente superficie metallica, che James Rosenquist ha intitolato “The swimmer in the ecomist”. Come quello di Andy Warhol (“Orange Disaster #5”) rinchiuso nella geniale monotonia della ripetizione dell’immagine , svuotandola di qualsiasi emozione o significato , che fornisce uno spunto di riflessione sullo sviluppo della società del consumismo, un fenomeno al quale forse, al giorno d’oggi, ci siamo fin troppo abituati al punto da considerarlo un’evoluzione “naturale” del corso degli eventi. La grandezza umana delle opere cattura nuovamente lo spettatore all’interno dei successivi due spazi interamente dedicati all’arte Minimalista, Post-minimalista e Concettuale. Ciò che attrae maggiormente di queste opere è il fascino intrinseco delle istallazioni , spesso costruite con materiali del tutto quotidiani, come ad esempio un semplice tubo di neon fissato all’angolo tra due pareti che tenta di sfidare le leggi architettoniche della stanza (“Untitled” di Dan Flavin). Il percorso si conclude, infine, con un’ulteriore coloratissima tendenza figlia della Pop Art: il Fotorealismo. Un insieme di iconografie che assomigliano alle patinate copertine delle riviste e dei cartelloni pubblicitari. L’intento è una semplice riproduzione su tela dell’immagine fotografica, celebrando ancora una volta il mito americano e la società del consumo. Tra queste “Gum Ball No.10: Sugar Daddy” di Charles Bell, una divertente riproduzione di un particolare proveniente dal fantastico mondo della cuccagna e dei balocchi. In tutte le sale e per tutto il percorso dell’esposizione, rimbomba la frase con cui Peggy Guggenheim, all’inaugurazione del sua galleria-museo newyorkese “art of This Century”, affermò l’ intento di “servire il futuro anziché documentare il passato”.

Emanuela Maisto



 

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