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Padiglioni di amianto di Colle di Mezzo, una storia (quasi) finita

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Con la demolizione dell’ultimo edificio è stata liberata l’area a via Alfonso di Legge. Ora è il momento delle decisioni sulla sua destinazione d’uso.
Ormai non si può parlare più di episodio, quella dei padiglioni di cemento-amianto di Colle di Mezzo è a tutti gli effetti una storia, con sfumature epiche a tratti, e rappresenta una prova del fatto che la perseveranza è una dote necessaria nelle lotte sociali. Siamo abituati a convivere e sapere di tempi biblici nelle dinamiche che investono le comunità cittadine, anche quando si tratta di zone poco estese come quella di cui stiamo parlando ma vale la pena di ricapitolare. Colle di Mezzo ha visto le prime penetrazioni umane a partire dal 1953-54, è cresciuto e si è esteso progressivamente beneficiando della sua posizione strategica che assicura una tranquillità sconosciuta al centro urbano ma restando nel tessuto cittadino dell’Eur. E con l’aumentare degli abitanti è cresciuta anche la domanda di infrastrutture e servizi. Ovviamente le scuole in tali richieste rappresentano una priorità che le istituzioni sono chiamate a tradurre in azioni concrete. Le scuole però non si edificano in un giorno e allora nascono i tre padiglioni di cemento-amianto di via Alfonso di Legge, un’area che costituisce una proprietà indivisa degli assegnatari ex Ina-Casa (ora Ater) ma che il Comune ha avuto in comodato d’uso proprio per rispondere alle esigenze primarie della collettività. A quel tempo, parliamo degli anni ’60, non si sapeva nulla dell’amianto, ma si utilizzava molto, in ogni ambito della vita umana, dai trasporti all’urbanistica appunto. Gli alunni si accomodano tra i banchi e passano quasi trent’anni senza che la vera scuola venga edificata dove previsto, fino a quando, nel 1985, i tre padiglioni vengono dimessi. I genitori infatti non iscrivono più i figli a quella scuola, quindi non si formano più le classi e mancando la scolaresca viene meno la necessità di una scuola, sia essa provvisoria e frammentata o stabile. Nel frattempo i cittadini si erano già associati spontaneamente dal 1983 in quello che era un Comitato di Quartiere “in germe”. Nel 1987, tra le proteste dei cittadini che già allora chiedevano di creare uno spazio verde che facesse anche da punto  d’incontro, i padiglioni vengono destinati a diversi usi: uno, incapsulato e bonificato, diventa la sede per il centro anziani che ancora oggi si riunisce lì, un altro è affidato all’associazione scout locale e l’ultimo alla cooperativa “Conforto”, che si occupava di assistenza ad anziani e disabili. È nel 1995 che si viene a conoscenza della presenza dell’amianto e da lì la mobilitazione dei cittadini del quartiere diventa sistematica. Nel 2002 il Comitato di Quartiere “Colle di Mezzo” riceve i riconoscimenti istituzionali necessari e il suo presidente Ernesto Calluori inizia una accesa e continua opera di denuncia delle condizioni in cui versano i due stabili, che nel frattempo avevano anche visto l’interessamento della Farmacap, intenzionata a far sorgere un asilo nido. Il Comitato di Quartiere oltre a ribadire il pericolo rappresentato dalla presenza dell’eternit protesta contro le condizioni igieniche in cui versano i padiglioni, rivolgendosi all’Asl., all’Ufficio di Igiene Pubblica, al XII Municipio e alla Commissione Patrimonio del Comune, raccogliendo migliaia di firme per l’abbattimento degli stabili. La costanza premia il Cdq che riesce ad ottenere la demolizione dei padiglioni da parte del Municipio XII attraverso fondi stanziati da Regione e Comune. Tra il 2006 e il 2009 si realizzano le demolizioni degli edifici e le bonifiche delle aree circostanti, anche se tra le due operazioni passano mesi. Il resto è cronaca. L’ultimo documento ufficiale risale al 6 novembre, un appello del Cdq Colle di mezzo indirizzato al sindaco, all’Assessorato al Patrimonio e alla commissione patrimoniale nella persona dell’Onorevole Alfredo Antoniozzi dove si chiede un incontro per discutere delle sorti dell’area, che i residenti vogliono trasformare in un parco urbano. Il testo parla di uno “spazio di verde pubblico con elementi di Arredo Urbano e una piccola area ludica, con apposite panchine, tavolini e relativa manutenzione” ed esiste anche un progetto, a firma dell’Architetto Stefania Mornati. Aspettiamo di conoscere gli esiti di questo incontro, auspicando che per la realizzazione dell’area verde non trascorrano altri venti anni.

Stefano Cangiano