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L’omofobia vista dalla parte di chi la subisce

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Un viaggio all’interno dei movimenti gay, due interviste  per conoscere meglio l’attività di realtà radicate sul territorio come il Circolo Mario Mieli e l’Arcigay.
Gli atti di intimidazione e discriminazione che hanno investito la capitale sul finire dell’estate hanno visto l’impegno dell’amministrazione locale e la loro solidarietà con le vittime delle aggressioni ma anche i movimenti gay hanno acquisito una visibilità maggiore, ponendosi come interlocutori privilegiati delle istituzioni e punti di riferimento per chi in questo periodo teme per la propria libertà.  Libertà sempre più messa in pericolo nel Paese che secondo il FRA, l’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, registra il maggior tasso di omofobia sociale, politica ed istituzionale dell’Unione. 
Il Circolo Mario Mieli è stato fondato nel 1983 ed è il più vecchio della capitale. Negli anni si è impegnato in attività culturali a tutto tondo, che mirassero alla formazione della società civile e alla creazione di un associazionismo forte, capace di riunire le diverse anime del movimento. Dal 1994 si occupa dell’organizzazione del Gay pride di Roma. Abbiamo raggiunto Andrea Berardicurti, responsabile della segreteria politica del circolo.

Cosa sta succedendo veramente a Roma e in Italia?
Noi, come associazione presente sul territorio da tanti anni, abbiamo la sensazione che ci sia una escalation di atti omofobici, con molteplici motivazioni. In questo caso la situazione è più complicata, l’Italia e Roma hanno visto cambiare la scena politica e nel Paese si registra un generale imbarbarimento per ciò che riguarda certe tendenze sociali. A Roma ci sono frange della popolazione, una percentuale di sicuro ridotta rispetto al totale dei cittadini, che in qualche modo negli ultimi anni si sono sentite autorizzate ad “alzare la testa”. Parlo delle minacce verbali, degli atti di bullismo di vario tipo che sono stati compiuti con la sicurezza di rimanere impuniti. In particolare la vittoria di Alemanno, che ha ottenuto i voti e il sostegno anche di una destra estrema e dei centri sociali di destra, convinti dalle promessa di una sferzata alla moralità e alla sicurezza della città, ha rappresentato per queste frange una giustificazione nel compiere atti discriminatori verso chiunque, in una generale insofferenza verso la diversità, non solo di orientamento sessuale ma la diversità in genere. Siamo convinti che Svastichella la sera dell’aggressione al Gay Village avrebbe potuto fare male a chiunque, ma ha accoltellato un gay perché in quanto omosessuali siamo bersagli più facili, più riconoscibili. In questo caso la seminfermità mentale può rappresentare motivo logico per credere che si tratti di un caso, ma tutto quello che è successo dopo, dal primo incendio al Qube, all’attacco alla gay street fino allo striscione omofobo a Via Cavour e al nuovo attacco incendiario, dimostra che c’è una volontà reale e radicata.

Pensa che gli atti intimidatori siano tutti imputabili a militanti di movimenti di estrema destra o si tratta di una tendenza generalizzata?
 La confusione è massima e molti elementi, come nel caso dei disordini alla gay street, sono da chiarire da parte degli inquirenti. Al di là delle dinamiche da chiarire resta però il fatto che le violenze ci sono state e gli attacchi alla comunità continuano. Bisogna sottolineare però che questi sono casi andati in pasto all’opinione pubblica e ai media ma noi come circolo abbiamo continue telefonate di denuncia di atti xenofobi. Persone sotto casa che sentono gridare da una macchina in corsa “frocio” o al supermercato dopo un litigio con il cassiere “tu sei finocchio” o coppie a cui viene rescisso il contratto d’affitto o la possibilità stessa di poter affittare un appartamento in quanto omosessuali. Molte volte a frenare le denunce è la paura di comparire, di veder violata la propria privacy, come nel caso di dipendenti di enti statali, che per paura di essere discriminati sul posto di lavoro, preferiscono non ricorrere alla protezione della legge. Una violenza sommersa, notizie mai date perché ciò che la stampa diffonde sono casi eclatanti e rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Qual’è la vostra posizione rispetto al clima attuale?
Come Circolo Mario Mieli non vogliamo fare allarmismi e lanciare provocazioni. E’ chiaro che siamo preoccupati da questo clima ma non abbiamo paura perché su questo siamo convinti di dover combattere come associazioni e come individui ma anche e soprattutto con quel tessuto democratico e civile che ci riconosce come persone uguali. E’ un imperativo per tutti partecipare alle manifestazioni di solidarietà e di protesta, come è accaduto per il corteo del 24 Settembre organizzato in collaborazione con le istituzioni. E’ un opportunità per l’intera città.

C’è stata una notevole apertura da parte di Alemanno, pensiamo anche alla scelta di costituirsi come parte civile nel processo dell’aggressione al Gay village ma nello stesso periodo, per esempio, c’è  stata la nomina alla dirigenza dell’Ama di un ex naziskin. Non temete che l’amministrazione Alemanno possa monopolizzare la questione omosessuale e cavalcare l’onda?
Noi abbiamo ricevuto diversi segnali positivi dall’amministrazione, in particolare da Alemanno, che ha detto delle cose giuste e in un modo che noi riteniamo più che adeguato, manifestando solidarietà. D’altra parte però il sindaco non ha modificato minimamente la sua posizione rispetto ai diritti della comunità gay, lesbiche e transessuali, come per la questione delle unioni di fatto o del patrocinio del Gay Pride perché considerata ancora una manifestazione “di tendenza”. La posizione politica e quella personale sono rimaste immutate. Dichiara di voler tutelare la nostra comunità ma nello stesso tempo non riconosce che ci siano problemi di fondo da affrontare, come le coppie gay, l’omogenitorialità, una generale allergia di tutti in Italia rispetto alle questioni che riguardano il mondo gay,  tanto dalla destra quanto dalla sinistra che, quando ne aveva la possibilità rappresentando la maggioranza parlamentare, non si è interessata ai diritti dei gay, pagando lo scotto alla componente cattolica che è quella che indirizza ogni scelta di questo tipo.
Il problema è di carattere culturale e non si può affrontare nel breve termine. Prima di tutto c’è bisogno di un intervento normativo e poi un lavoro mirato alla crescita, all’emancipazione rispetto a concezioni vetuste. Parlo per esempio di corsi di formazione agli impiegati comunali o alle forze dell’ordine per sensibilizzare i lavoratori ed educarli al rispetto della diversità senza alcun pregiudizio. O gli interventi nelle scuole per insegnare agli alunni che è un’offesa apostrofare qualcuno “zoppo”, o “negro” ma è altrettanto offensivo chiamarlo “frocio”. Nell’immediato ci aspettiamo che venga approvata la legge proposta dalla deputata Concia (ndr aggravante dell’omofobia) , che di sicuro rappresenterebbe un passo avanti, ma pur sempre un primo passo.

Quindi c’è stato un riconoscimento dei gay come cittadini ma non come persone…
Peggio ancora, un riconoscimento di gay, lesbiche e transessuali quando minacciati. Ecco perché la necessità reale è quella di una svolta a livello culturale. La possibilità di denunciare qualcuno per omofobia si rende vana se chi potrebbe sfruttarla è fermato dal timore dell’opinione altrui e se chi riceve la denuncia ed è tenuto ad aiutare tutti i cittadini allo stesso modo non si comporta da servitore dello Stato. Non abbiamo bisogno di fare proselitismo per gli omosessuali, non ce n’è bisogno, siamo già in tanti, ma si tratta di sradicare pregiudizi e leggende metropolitane che vedono i gay destinati a lavorare come parrucchieri o stilisti. Ci sono gay muratori, impiegati, ragionieri, medici, esattamente come tutti gli altri. Il Ministro Carfagna qualche mese fa ha detto che i gay sono “costituzionalmente sterili”. Noi non possiamo fare figli ma ne abbiamo, molti omosessuali che in passato hanno scelto il matrimonio per non incorrere nei giudizi altrui e poi hanno affrontato la propria omosessualità, molti altri che hanno affittato un utero all’estero e ora hanno figli. Negli altri Peasi simili concezioni non esistono, perché sono state superate queste barriere di bigottismo, per lo più edificate sotto i vessilli del cattolicesimo.Il nostro circolo esiste dal 1983, in ventisei anni non è cambiato nulla dal punto di vista dei diritti civili, semplicemente i gay hanno guadagnato più visibilità per il progresso generale della società.

Quali sono le cose da fare per uscire da  questa fase e riuscire concretamente a spingere avanti, migliorare la situazione del mondo gay?
E’ importante che passi la legge contro l’omofobia, ma non basterà questa legge a fermare chi è omofobo dentro, strutturalmente. Questo pericolo si scardina con una società più civile, che riconosca i diritti a 360° senza considerarci cittadini “di serie b” e questo deve partire dalla politica e dalle istituzioni locali. Noi siamo pronti e teniamo a conservare le ottime collaborazioni che abbiamo già stretto con la Regione, la Provincia e anche il Comune.

L’Arcigay è l’associazione nazionale di riferimento per tutto il movimento gay, è diffusa in tutta Italia e alcuni suoi iscritti, come Nichi Vendola e Franco Grillini, negli anni passati sono stati eletti al parlamento italiano e tuttora hanno incarichi politici. Sentiamo Fabrizio Marrazzio, presidente dell’Arcigay Roma dal 2003.

La stessa domanda di apertura rivolta a Berardicurti. Cosa accade davvero rispetto alla questione omofobia?
Sottolineiamo un elemento fondamentale: il livello di omofobia è sempre stato alto. Ora però è aumentata la visibilità della comunità gay e lesbo e le aggressioni da verbali sono diventate sempre più “fisiche”, conseguenze di violenze organizzate. Il nuovo governo si è disinteressato e alcune volte ha assunto posizioni di contrasto rispetto alle istanze della nostra comunità e a Roma Alemanno si è espresso in maniera chiara per quanto riguarda la tutela del singolo. Noi però abbiamo fatto notare che le aggressioni sono per lo più destinate alle coppie. Il fatto di non riconoscere diritti civili alle coppie omosessuali rappresenta un freno enorme alla libertà della comunità lgbt e crea una dicotomia che stride: per i singoli il massimo supporto, per le coppie nessuna tutela, perché non rientrano in un sistema convenzionale di valori.

Quali sono le scelte politiche necessarie in questa fase?
Il governo avrebbe già dovuto emanare un decreto per dare un segnale forte alla popolazione attraverso l’estensione della Legge Mancino, che regola le pene per le aggressioni  di matrice religiosa e razziale ma non tiene conto dell’aggravante omofobica e della discriminazione sessuale. Un segnale positivo arriva da pare del governo con la disponibilità a lavorare sulla proposta di legge contro l’omofobia della deputata Anna Paola Concia. Ma serve molto altro. Informazione, campagne e iniziative rivolte a lavoratori, specie ai più giovani, le violenze infatti avvengono soprattutto ad opera di persone trai i quindici e i trenta anni. A Roma è necessario aumentare i presidi, migliorare qualitativamente il livello di sicurezza, non bastano Ztl e videosorveglianza circoscritte a Via San Giovanni.

L’associazionismo lgbt ha molte anime al suo interno, voci diverse che si battono per obiettivi diversi e con modalità diverse. Crede che la frammentazione possa rappresentare un limite in questo periodo in cui la compattezza è necessaria e serve un impegno comune per ottenere risultati concreti?
Se il movimento avrà compattezza e unitarietà secondo la linea indicata dalla piattaforma del Gay Pride la forza aumenterà. Assumere iniziative individuali e separate dagli intenti condivisi non è utile né saggio. L’unità nei contenuti è fondamentale per generare azioni coerenti, senza marcare le differenze su molti punti. Alla società vanno lanciati pochi messaggi chiari: parità dei diritti di coppia, diritti per i trans, laicità dello Stato, approvazione della  legge contro l’omofobia. Al momento si sta facendo uno sforzo comune di compattezza, che dimostra che in quanto movimento di lotta per la difesa e la tutela della diversità accordiamo le diversità interne al movimento con armonia e facendone proprio il nostro punto di forza.

I micropride, gli assembramenti volontari di persone che manifestano per protestare contro l’escalation di omofobia in atto lo dimostrano…
Sono iniziative civili che stimolano la popolazione. Esclusa la fase iniziale di “impeto” è necessario coordinarsi con il movimento in modo da avere un’unica voce e coordinare un’azione unitaria in cui concentrare le forze di tutti.

Quali sono ora le prospettive reali per la comunità lgbt?
Non è scontato e prevedibile che la violenza si stemperi in poco tempo, l’omofobia è radicata profondamente nella società italiana. Sono indispensabili prima di tutto azioni volte a stabilire una precisa normativa di tutela per la nostra comunità e un impegno nella formazione culturale per eliminare piaghe sociali come la discriminazione sul posto di lavoro e il bullismo nelle scuole nei confronti dei degli alunni gay. Col tempo si arriverà al riconoscimento delle coppie omosessuali e alla loro tutela, ma con l’attuale compagine di governo non ci sono spiragli. In Francia i Pacs hanno facilitato il coming out, la libertà di orientamento sessuale e la prospettiva di creazione di una famiglia da parte dei giovani. Questo dimostra che se non ci sarà un elemento normativo netto non potrà verificarsi alcun cambiamento nella società.

Stefano Cangiano
Urloweb.com