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Uganda: rinviata la discussione sulla legge contro gli omosessuali

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L’omosessualità è considerata reato in molti paesi dell’Africa, ma da qualche anno l’Uganda si è guadagnata il titolo di capitale mondiale dell’omofobia.

Da quando nel 2009 è stato presentato dal deputato David Bahati al Parlamento ugandese il disegno di legge che punisce con la pena capitale gli omosessuali “recidivi”, il clima di intolleranza è velocemente cresciuto. Dal momento della presentazione la comunità internazionale si è immediatamente scagliata contro la norma, portando anche alla proposta di una modifica nel dicembre del 2009 che lasciò comunque perplessi: gli omosessuali non sarebbero stati più uccisi ma “rieducati”. Il Presidente ugandese Yoweri Museveni al momento della presentazione della norma, usò parole pesanti per giustificare una legge contestata con vigore dalla comunità internazionale “le relazioni omosessuali vanno contro il volere di Dio”. Ma di cosa parla esattamente questa legge? I punti fondamentali del testo del 2009 indicano l’obbligo di denunciare episodi omosessuali entro le 24 ore successive alla loro constatazione, con pena di una ammenda di 500.000 scellini ugandesi (circa 180 euro) e/o tre anni di reclusione per chi non denuncia. Gli episodi omosessuali e anche l’idea stessa di omosessualità vengono puniti con sette anni di carcere. Anche le manifestazioni degli attivisti e della comunità internazionale sono in pericolo infatti è tassativamente vietato presentare l’omosessualità da un punto di vista favorevole. Sono poi definiti “casi di omosessualità aggravata” i rapporti omosessuali con un minorenne, con un disabile o se l’omosessuale è sieropositivo o riveste una qualche autorità, in questi casi può essere comminata la pena di morte. La legge prevede anche che tutti i pubblici dipendenti segnalino alle forze di polizia casi di “attività omosessuale” fra persone di loro conoscenza, pena la condanna a tre anni di reclusione. Anche la fuga non è più una opzione possibile, infatti se si hanno rapporti omosessuali all’estero la legge prevede la richiesta di estradizione e l’arresto immediato non appena si rimette piede in Uganda.
La comunità internazionale dal 2009 ad oggi non ha smesso di farsi sentire. Il Dipartimento di Stato Francese già al momento della presentazione del disegno di legge dichiarò “La Francia condanna e prova sconcerto verso questa proposta e nei confronti del Parlamento dell’Uganda: inoltre ripete il suo impegno verso la depenalizzazione e la lotta contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Questa ed altre dichiarazioni, come quella statunitense o dell’UE, pervennero al Governo ugandese attraverso le vie ufficiali. Nulla però fece inizialmente retrocedere l’esecutivo, che dichiarò invece “Non accetteremo mai l’omosessualità solo per placare altri stati o come incentivo per ottenere il loro denaro o appoggio”. Nonostante le critiche internazionali dal 2009 ad oggi la legge anti-gay è rimasta in ballo, ottenendo il solo effetto di far crescere le tensioni omofobe nel paese. Molti sono stati gli episodi di tensione e di violenza che hanno visto coinvolti attivisti e privati cittadini. Tra tanti spicca il caso dell’attivista David Kato, ucciso nel gennaio scorso, dopo aver ottenuto una sentenza storica contro la legge ugandese che punisce severamente l’omosessualità. L’assassinio di Kato è stato imputato ad uno sbandato che avrebbe confessato dopo essere stato arrestato, giustificando il gesto come una reazione a delle presunte avances sessuali rivoltegli dall’attivista. In quella occasione ci furono anche delle accuse lanciate da Wikileaks, secondo il sito infatti durante un meeting dell’ONU Kato sarebbe stato deriso da funzionari internazionali. La preoccupazione però non poteva e non può essere rivolta solamente a gesti isolati. Molti dei quotidiani locali hanno iniziato una campagna rivolta contro l’omosessualità. Il Giornale locale Rolling Stones ad esempio al momento della scarcerazione titolò “impicchiamolo”.
La campagna anti-gay dalle colonne dei giornali ugandesi ha continuato a far crescere il clima di tensione, anche in vista della discussione parlamentare sul disegno di legge, prevista per l’11 maggio, posticipata al 17 per l’insediamento del presidente Museveni, rimandata poi dallo stesso presidente a data da destinarsi. Nei mesi scorsi, proprio in vista di questo appuntamento, la comunità internazionale ha ricominciato a far pressione sul governo ugandese per il ritiro definitivo del disegno di legge. Numerose sono state le iniziative della società civile, in molti nei giorni scorsi hanno risposto alla petizione della ONG Avaaz, che in pochi giorni ha raccolto 1,6 milioni di firme di cittadini di tutto il mondo. La decisione del presidente Museveni è certamente stata influenzata dalla minaccia statunitense di porre un embargo internazionale sull’Uganda se la legge fosse passata; e dalla necessità di convincere l’Europa, attraverso un’azione di salvaguardia dei diritti umani, di non aver sbagliato nel riconoscere come validi i risultati elettorali che lo hanno visto vincitore. Alla base della decisione ci sarebbero quindi motivi politici ed economici, nonché la volontà di non precludersi gli aiuti internazionali che l’Uganda normalmente percepisce.
La notizia del rinvio è arrivata il 17 maggio, durante la sesta Giornata mondiale contro l’omofobia e la trans fobia, ma l’attenzione della comunità internazionale sulla questione non può diminuire. La discussione anche se rimandata a data da destinarsi, non ha tolto il disegno di legge dal tavolo dell’esecutivo. Lo stesso David Bahati il deputato che lo ha presentato, è andato nuovamente all’attacco dichiarando che il prossimo febbraio, quando sarà ricostituito il Parlamento, ripresenterà la legge sostenuto anche dalla moglie del presidente.

Leonardo Mancini