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ECCO CHI SONO I NUOVI MOSTRI

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Pubblichiamo uno stralcio del nuovo libro di Oliviero Beha: “I nuovi mostri” edito da Chiarelettere: uno sguardo sull’Italia e sugli italiani

Non parlano, forse non pensano
Loro non parlano. Il Paese sta attraversando la crisi più profonda della sua storia recente, di sicuro dal secondo dopoguerra in poi. Crisi economica, mentre per molti sempre di più si allontana la fine del mese e ritorna l’immagine dei piccoli negozi con la scritta «compro oro». Crisi sociale, mentre la serissima questione dell’immigrazione, regolare e/o clandestina, viene giocata come un volano tra i tamburelli degli schieramenti partitici. Crisi politica, mentre la sarabanda (in)costituzionale viene spinta agli estremi, fino al massimo conflitto istituzionale tra poteri dello Stato in una guerra di occupazione. Crisi culturale, mentre la trasmissione del sapere è ormai talmente nebulosa e superflua da aver polverizzato il concetto stesso di cultura.

E loro non parlano. I rapporti tra le persone sono ridotti all’osso, quasi esclusivamente riferiti al denaro e ai tribunali come aveva cominciato a predire – ma oltre trent’anni fa – da sinistra con vigore il filosofo del diritto Pietro Barcellona. Il magma d’intorno è totale, essendo diventata l’Italia la retroguardia sia dell’Occidente più sviluppato (!) sia ormai perfino dell’Unione Europea, raggiunti (e nel frattempo superati?) dalla Grecia e a tiro della Turchia.

 

Ma loro non parlano. Sfogliando anche in fretta questa sorta di «catalogo dei morenti», una specie di Pagine Gialle o Bianche oppure meglio Nere di una classe di individui teoricamente deputati al pensiero e alla diffusione del pensiero, vengono i brividi. Intanto perché non sembra che di questo buco della Ragione si avverta il pericolo e le conseguenze: tautologicamente, se coloro i quali dovrebbero esserne i portavoce tutto fanno meno che quello, è appena ovvio che non saranno loro a denunciare la decadenza
di loro stessi.
E chi lo dovrebbe fare, allora? Il potere politico-economico che li usa con indecenza pari a quella da loro mostrata nel farsi usare, nel vendersi, nel prostituirsi, che in pubblico finge di trattarli da intellettuali generalisti (solitamente i giornalisti) o da intellettuali specifici (solitamente gli esperti in qualche ramo in cui la cosa più importante è non farsi capire fino in fondo e ancora meglio non farsi capire affatto) per disporne poi in privato pressoché come camerieri?
O i destinatari della voce della Ragione, le masse, che ormai tutto vogliono meno che ascoltare tale fastidiosa voce, assordati come sono dall’indistinzione dei suoni e delle lingue, e invece per lo più godono dello status degli intellettuali «silenziosi» come loro? Anzi, questo silenzio a cottimo pone una classe di antichi privilegi sullo stesso piano del disprezzo riservato alla politica, il sapere mischiato al potere in un orrendo pasticcio, così che il popolo travestito da folla possa esorcizzare nel disprezzo il suo eventuale complesso di inferiorità. Se non è il sapere bensì il denaro l’unica scala mobile sociale su cui avventurarsi, tutto sembra più semplice, meno complicato. Ed è improbabile
che chi è montato sopra quella stessa scala, pur travestito da intellettuale, possa fare credibilmente la morale.
Ma, obiettano o obietterebbero (perché appunto non parlano più) gli attori del brutto spettacolo che sto recensendo qui: i mezzi di comunicazione di massa non glielo permetterebbero. È forse questo uno dei principali alibi di chi dovrebbe produrre quella balorda merce del genere umano che risponde al nome di pensiero, e utilizzare per tale produzione quel macchinario non robotizzabile che chiameremmo (per titillarci un po’) facoltà critica, di fronte all’accusa di non produrre pensiero parlato e scritto e non utilizzare se non in tracce minime, da analisi di laboratorio, la potenzialità del giudizio.

“Chi sa è sospetto.
Gli esperti
sono a tariffa.
La dignità
è una parolaccia.”

“Il sistema dei media italiano
che altro è se non
un gigantesco Panopticon
che ti osserva senza
soluzione di continuità,
per cui o sei osservato
oppure sei osservatore?”

“Siamo di fronte al devastante
fenomeno del karaoke
degli intellettuali,
di chi ripete canzoni altrui
a orecchio, per ignavia
o convenienza. Servendo.”