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Il libro che la camorra non ti farebbe mai leggere. Intervista a Tom Behan

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Partiamo dall’attualità. Nel tuo libro analizzi i possibili legami tra politica e camorra, che sembrano tornare alla ribalta nel recente caso Cosentino.

Sono i dati numerici che ci confermano l’esistenza di questo legame. Nei quindici anni che vanno dal 1992 al 2007, il valore delle confische alla camorra, secondo i dati del Ministero dell’Interno, è risultato pari a quasi 500.000 migliaia di euro. Da ciò si deduce che la camorra ha una grandissima disponibilità finanziaria, è dotata di una forza economica impressionante. È il datore di lavoro più importante della Campania. Quindi, per ciò che concerne l’esistenza di legami tra classe politica e organizzazione criminale, non posso che richiamare il detto inglese “Monkey talks”, è l’economia che ci suggerisce di ascoltare, che ci obbliga a lanciare ipotesi di questo tipo. Attraverso l’analisi di cifre di questo livello, i collegamenti tra potere politico e potere economico, in questo caso criminale, possono facilmente essere definiti “inevitabili”. Il particolare ciò che vorrei far notare è che in Italia la conoscenza del fenomeno-camorra sembra strutturarsi sull’ultimo evento, sull’ultima richiesta di autorizzazione a procedere, sull’ultima condanna in ordine di tempo. Ma in realtà è ben diversa. La potenza economica della camorra, che è aumentata nel tempo, ha per forza di cose richiesto una sponda politica in tutti questi anni. Fà proprie istanze della società civile tutt’altro che straordinarie. Motivo per cui gli abitanti delle zone interessate tentano di dissociarsi da altre ipotesi di soluzione, il che contribuisce fortemente al perpetuarsi del fenomeno.

Come spieghi nel libro, i rapporti gerarchici tra politica e camorra sembravano essersi rovesciati. Se a partire dagli anni Cinquanta la politica dirigeva l’azione della criminalità, negli ultimi venti anni sembra assistersi ad un’inversione dei ruoli. La camorra sembra più autonoma, la classe politica maggiormente dipendente.

Difficile stabilire i reali rapporti tra le due sfere per ciò che concerne l’attualità. Mi domando quale politica possa portare avanti oggi un sindaco onesto in una delle zone occupate della camorra. Un sindaco che voglia seguire l’interesse pubblico, si trova davanti a una potenza economica che è dappertutto sul territorio, pervade qualsiasi aspetto della società. Come la testimonianza dell’ex sindaco di Marano, il paese del clan Nuvoletta, che diceva “Io governo nonostante la camorra”. Vorrei ricordare che l’ultima vera ondata di contestazione popolare al sistema criminale ha compiuto vent’anni. Il problema è di portata talmente vasta che il gestore della cosa pubblica non ha le forze per gestirlo. Il tutto deriva da una mancanza di visione a lungo termine, che ha fatto in modo che il potere politico scegliesse la camorra come strumento di difesa.

Hai notato qualche cambiamento nei rapporti tra politica e camorra in questi anni?

Anche in questo caso è difficile dare giudizi. Non sappiamo con certezza ciò che sta avvenendo oggi, cominciamo a conoscere adesso ciò che è avvenuto dieci anni fa, perciò ogni ipotesi sull’attività camorristica deve essere inserito in una corretta prospettiva storica. Non noto però molte differenze con il passato, per esempio con il caso di Alfredo Vito, Mister 100.000 preferenze, che durante Tangentopoli aveva patteggiato dichiarando di aver chiuso con la politica, salvo poi rientrare a finire seduto nella Commissione Nazionale Antimafia. Questo è il tratto comune, la mancanza di vergogna, la mancanza di senso etico dello stato, che poi è la causa maggiore del distacco tra la popolazione e il palazzo. Il politico offre protezione perché in questo sistema intricato il ricorso alla criminalità è la via più semplice per perpetrare il proprio potere.

Nel libro delinei un excursus storico della camorra, riferendoti all’evoluzione della sua natura, dei suoi metodi e delle sue strategie.

La camorra ha modificato la sua natura, ha diversificato i suoi interessi e questa evoluzione è risultato diretto del cambiamento del contesto sociale ed economico. Come ci spiega chiaramente Roberto Saviano in Gomorra, la camorra si è fatta imprenditore. Si è verificato un drastico passaggio dall’economia statale, in cui imperava il clientelismo di stampo democristiano, sul modello di Achille Lauro, al neo-liberalismo, che ha portato ad un’esplosione delle attività commerciali, fenomeno che per certi tratti ha assunto caratteri davvero selvaggi. Si lucra su qualsiasi cosa, il caso della ‘monnezza’ ne è l’esempio lampante. Se in precedenza l’economia a gestione pubblica aveva in sé delle strutture, delle regole da seguire, ora tutto questo non esiste più. Con un eufemismo che si avvicina alla realtà, direi che ora “tutto è camorra”, qualsiasi comparto commerciale ne è investito. Il crimine si è fatto talmente potente da costringere qualsiasi altra realtà imprenditoriale a scendere a patti con esso. Ma ripeto, rispetto al passato i contorni dell’attività camorristica, proprio perché onnicomprensivi, sono sfumati, si sono fatti più difficili da stabilire. Roberto Saviano parla di un sistema polivalente che si distribuisce  sul territorio a macchia di leopardo. In questo mi distinguo da lui, perché porgo maggiore attenzione alla camorra in quanto capacità di gestione del potere, che, in quanto potere economico, coinvolge per forza di cose anche la classe politica.

Nella tua analisi non risparmi i partiti di opposizione, definendoli assenti, lontani dal territorio.

Tre fattori sono all’origine dello sviluppo della camorra. La miseria, la mancanza di alternative occupazionali e di modelli. I partiti di opposizione sono colpevoli di questo. Ricordo che negli anni Settanta e Ottanta a Napoli, grazie soprattutto all’azione del Partito Comunista, si potevano ancora osservare tentativi di opporsi alla criminalità organizzata. Negli ultimi anni anche questo è sparito. Il Partito Democratico in Campania ha fallito, e la vicenda Bassolino ne è l’esempio, una personalità politica che sta per finire la sua carriera istituzionale come un perfetto democristiano. Ancora, un’altra vicenda illuminante, che è finita presto nel dimenticatoio, è la bocciatura da parte della Camera, nel gennaio 2009, della mozione per chiedere le dimissioni del sottosegretario Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il tutto grazie alle assenze e alle astensioni di molti Parlamentari Pd. In questo senso, non vedo nessuna opposizione politica alla camorra, a un’organizzazione che si fonda su un amplissimo consenso popolare. La politica dovrebbe sostenere la società civile, che sul territorio campano è inesistente o manca di prospettiva.

In questo senso “Gomorra” funge da spartiacque? Fino alla sua pubblicazione la camorra era considerata argomento tabù, solo in seguito è nata la definizione di “Anticamorra”.

“Gomorra” è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, i tempi erano maturi per l’esplosione dell’interesse su questo argomento, il bubbone mediatico stava montando. Vorrei focalizzarmi proprio sulle conseguenze, in qualche modo dannose – oltre alle tante virtuose – del fenomeno mediatico legato a “Gomorra”, che, dal punto di vista della reale soluzione della criminalità organizzata passa attraverso lo sviluppo della società civile, di una “Anticamorra” a molte voci, il ruolo assunto da Roberto Saviano, volontariamente o meno, è controproducente. Se si associano alla sua figura tutti i caratteri positivi e si perde di vista il territorio, che è il tavolo su cui si gioca la vera partita, non si sostiene la crescita della società civile, vero punto di partenza della lotta alla criminalità.

Dopo aver vissuto a Napoli per tanti anni, e aver condotto una lunga analisi accademica sulle regioni dell’esistenza della camorra, a quali conclusioni sei giunto?

Da più di 150 anni si tentano ricette per recuperare il territorio. Tutti i tentativi, anche quelli partiti con le migliori intenzioni, sono falliti e sono dovuti scendere a patti con le forze politiche ed economiche che tradizionalmente occupano la regione. A mio parere, occorre concentrarsi sulla gente comune, e tentare di offrire loro una prospettiva di vita diversa. Sarebbe necessario mettere in campo misure di occupazione molto serie, con la volontà di rovesciare il sistema economico e politico attuale, che crea le condizioni di sopravvivenza e prosperità della camorra. Questa manovra di contropotere deve riguardare la società perché, sostituendo la classe politica ma mantenendo invariato l’humus, come è stato provato, non si ottengono risultati. Paradossalmente, il potenziale di crescita della Campania è molto vasto, proprio perché è enorme la disperazione. Occorre perciò mantenere un controllo sulle forze sociali che potrebbero scatenare dei rovesciamenti nel sistema politico. A mio parere, questa è la ragione che legittima l’esistenza della camorra.

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