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Interpol – Interpol

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Quello appena concluso è stato un anno di grandi uscite discografiche, o meglio, un anno di uscite mediocri di grandi gruppi. Gli Interpol non sfuggono a questa categoria. La band newyorkese mancava dalle scene dal 2007, anno d’uscita di Our Love to Admire che aveva riscosso scarso successo di pubblico e critica. Già si intravedeva infatti l’inizio di una fase calante rispetto ai primi due lavori del gruppo, capaci di proiettare Paul Banks e soci nell’olimpo dell’indie con prospettive di crescita notevoli.

In questi tre anni la band ha mostrato la sua fragilità e la difficoltà di rimanere unita oltre i 10 anni. A seguito di numerosi scontri interni il bassista, Carlos Dengler, ha deciso di lasciare il gruppo facendo venir meno l’apporto del suo basso che tanto aveva fatto per il sound del gruppo. Le registrazioni del disco sono comunque state eseguite ma, che qualcosa non funzioni, si capisce già al primo ascolto.
Il disco, come spesso succede negli album d’esordio, ha lo stesso nome della band. Non è probabilmente un caso visto che anche nel suono questo lavoro ritorna a percorrere quelle strade cupe da post punk e wave che tanto ricordano i Cure ed i Joy Division oltre naturalmente i primi Interpol. La scelta di ritornare alle origini può essere giusta o sbagliata, il problema è come la si interpreta.
Non riescono più, gli Interpol, a ricreare la magia del primo album, quell’alternanza di suoni che crea un’atmosfera magica con punte di genio. Qui c’è tanto ‘rumore’ tanti strumenti per nobilitare le canzoni che però, troppo spesso, diventano pesanti e ridondanti. Suoni che, nella loro complessità, rimangono piatti senza esaltazioni.
Fanno eccezione giusto Lights con un bell’incedere di chitarra, Barricade lanciata anche come singolo per via del ritmo più sostenuto e Try It On, vera perla del disco ed unica canzone in grado di creare un’atmosfera grazie al battente ritmo di batteria alternato con le tastiere e l’organo.
Nel complesso si merita la sufficienza questo Interpol ma, il giudizio più duro è dato dall’impressione che questo gruppo si sia, forse definitivamente, esaurito.

Simone Brengola