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“Aiutiamoli a casa loro”: quando il vero problema è come si amministra

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Anticamente l’Urbe fu “invasa” da genti d’oltralpe. Dalle analisi del DNA rinvenuto in diversi siti archeologici abbiamo capito che l’antica Roma era un crocevia di persone di diverse etnie.

I primi arricchimenti genetici, quando mancavano ancora circa cinque millenni alla nascita di Gesù, furono da parte di popolazioni siriane, anatoliche e ucraine, per poi continuare con l’arrivo di popolazioni nordafricane e del Vicino Oriente. In età imperiale, per esempio, si diffuse il culto di Iside, una delle più importanti divinità egizie, che ebbe un grande successo tra la popolazione.

Gli abitanti di Roma si adattarono nel tempo a veder cambiare le nuove generazioni di “quegli immigrati” (con l’accezione moderna del termine). A cavallo tra IV e V secolo d.C., con l’affermazione di Bisanzio (o Costantinopoli) come una delle capitali dell’Impero romano, arrivarono a Roma genti dell’Europa occidentale. Non fu importante solo l’arrivo più mite da parte dei “nuovi” cittadini dell’Impero, ma grande rilevanza ebbe l’arrivo violento di Goti, Ostrogoti e Vandali nel periodo delle invasioni barbariche tra il II e il V secolo d.C.

Il Mediterraneo e l’Italia furono teatri di guerre e di unioni di tutte quelle genti che cercavano un luogo da chiamare casa. Ogni tanto venivano accolte, in altri casi ostacolate (non vi ricorda nulla?), oppure, a loro volta, attaccate e invase da Roma. La religione romana era però inclusiva. Nel momento in cui l’esercito romano conquistava un nuovo territorio venivano incentivate le preghiere ai nuovi dei per favorire la prosperità di Roma.

Civilmente esistevano vari livelli di cittadinanza e quindi diversi tipi di diritti e doveri come cittadino: i cives erano i cittadini che avevano accesso alle cariche pubbliche, politiche e militari, i peregrinus erano i provinciali conquistati che mantenevano la loro libertà, le loro leggi e i loro costumi, ma senza vedersi riconosciuti gli stessi diritti dei cives e dovendo pagare tributi diversi, in ultimo c’erano gli schiavi. Quindi (estendendo largamente e prendendo con le pinze il concetto che segue) se i romani erano un esempio di integrazione e accoglienza nei confronti degli stranieri, come mai il sistema dell’Impero Romano è collassato? La risposta va cercata proprio nella crescente e pressante aspirazione dei peregrinus a ricevere la piena cittadinanza come cives e quindi il conseguente diritto di accedere alle cariche pubbliche, assieme alla gestione che i romani ebbero di queste aspirazioni. Quando le popolazioni annesse, ma lasciate libere di professare la propria religione e di amministrarsi autonomamente, vollero più diritti allora l’Impero poté adottare due linee: espellerli (e a volte combatterli di nuovo) o annetterli come Municipi, aree con cittadini con pieni diritti. Scelte che non si discostano molto dalle posizioni discordanti e dalle diverse soluzioni prospettate per il fenomeno migratorio oggi nel nostro Paese e in Europa. Una divisione tra l’integrazione e il respingimento che, a così tanti anni di distanza, ancora divide, e dalla quale sembra non abbiamo imparato nulla.

Veronica Loscrì