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Oggi è un Dpcm, ieri era un editto

Oggi si chiama Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri), l'altro ieri si chiamava editto

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Il 2020 è l’anno in cui l’Italia e gli italiani si sono abituati a modificare il proprio stile di vita in base ai nuovi strumenti giuridici adottati in questo periodo di emergenza e di cui il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è fatto portavoce. Ormai sappiamo che il Dpcm è un provvedimento meno importante del decreto legge, più veloce da attuare e che non richiede la verifica da parte del Parlamento.

In età repubblicana, nell’antica Roma, i pretori (tra le cariche politiche più alte) presero l’abitudine di elaborare editti che andavano a integrare, o modificare, il diritto civile tradizionale. Il pretore emanava l’edictum tralaticium che decadeva alla fine del proprio anno di carica politica, anche se i magistrati eletti nell’anno successivo potevano consolidare, come legge, le parti di quell’editto che ritenevano efficaci e necessarie, ma con la possibilità di modificarlo in qualsiasi momento. In soldoni, di editto in editto, si andava a snellire e aggiornare la burocrazia giuridica romana, a seconda delle necessità sociali e civili.

Eppure i pretori erano ignoranti rispetto a quelle sottigliezze giuridiche, quindi dietro le quinte i fili erano mossi dai giuristi: esperti e studiosi nell’interpretazione delle leggi e di come funzioni l’organizzazione della società, applicando i principi e le regole della costituzione e del diritto.

Nell’epoca imperiale gli editti divennero così importanti da essere emanati da chi aveva l’imperium, cioè il potere di cui erano investite le cariche più alte: in altre parole l’imperatore. Gli editti imperiali non venivano emanati soprattutto a sanare le controversie private, come accadeva in epoca repubblicana, ma anzi avevano effetto su tutto il popolo dell’impero.

Solitamente il senato e l’imperatore si riunivano nella Curia Iulia (edificio sito nel parco archeologico del Colosseo) per assemblee di ordine legislativo, esecutivo e religioso e le decisioni prese erano divulgate al popolo con discorsi da parte dell’imperatore presso il Foro Romano o con una “gazzetta” periodica, chiamata Acta Diurna Popoli (o Urbis, o Senatus), che riportava vari resoconti di natura ufficiale e privata (festività, nascite e necrologi, gossip cittadino).

In altre parole i cittadini romani, nel momento in cui senato e imperatore si riunivano, attendevano la proclamazione di questi editti con la stessa ansia ed aspettativa che si ha oggigiorno quando viene comunicato l’incontro tra Governo, tecnici, commissari e presidenti delle regioni e quindi la diretta in cui Conte spiega e motiva le misure del nuovo Dpcm. Tra gli editti che hanno maggiormente cambiato il corso della quotidianità degli abitanti dell’Impero Romano, sicuramente bisogna ricordare la Constitutio Antoniniana del 212 d.C. con cui si concedeva la cittadinanza alla maggior parte degli abitanti dei territori conquistati da Roma; l’editto di Milano, firmato dall’imperatore Costantino, con cui si decise che il Cristianesimo diventava religione di stato nel 313 d.C..

Ogni editto, come ogni DPCM, poteva trovare consensi o lasciare l’amaro in bocca rispetto a quanti benefici o sacrifici incontravano il cittadino e le classi sociali relativamente al modo con cui conducevano la propria vita fino all’emanazione di quello specifico editto.

Veronica Loscrì